Viviani varietà

di Raffaele Viviani

Note di regia

È passato oltre un secolo dalla nascita del Varietà come genere, e nella più assoluta imprevedibilità, quasi all’insaputa sua e nostra, è diventato nel volgere degli anni, passando anche accanto alle grandi Avanguardie del Novecento europeo (Futurismo compreso), un fenomeno culturale autonomo per originalità di idee, stimolanti confronti e provocazioni, commistioni di linguaggi (segnatamente di prosa e musica) che hanno talvolta cambiato la fisionomia del teatro in Europa.
Se potessimo accanto a ricordi, nostalgie, rimpianti inevitabili nei confronti del “varietà”, cogliere anche quei fermenti, quelle sorprese, quelle vitalità di una storia ancora incompiuta, il risultato del nostro lavoro di palcoscenico, delle nostre “prove”, potrebbe essere certo utile, forse anche felice, perché consentirebbe alcune riflessioni parallele al “divertimento”.
Esiste in alcuni di noi la memoria storica o il lontano ricordo di un mondo frequentato mentre già stava cambiando. Questa preziosa memoria è stata il nostro filtro ma anche e soprattutto lo stimolo per lavorare con emozione, Massimo Ranieri ed io, ad uno spettacolo che potesse avere come grande testimone di questo mondo così ricco Raffaele Viviani e il suo teatro, le sue parole e il suo canto scenico, privilegiando così quella parte che nasceva o si sviluppava in quel vitalissimo giacimento culturale e musicale che, per il Varietà, erano la Napoli dei quartieri e quella parallela, urbana, aperta alla influenza e alle commistioni con il Varietà europeo (e soprattutto con la Francia).
Come osservava Vasco Pratolini «Viviani non sta alla finestra, ma sulla strada da dove nasce… e il popolo napoletano da pretesto diventa soggetto di poesia e, rappresentandosi, si rivela a se stesso, grida le proprie ragioni, si giudica e si conforta».
C’era in quegli anni (come c’è oggi) un forte desiderio di cambiamento, di mettere in discussione con ironia, con lo scherzo, con la sorpresa, con il distacco anche malinconico, talvolta con la satira, lo stesso fare teatro. E del resto, gli studi che si sono fatti e che si vanno facendo in Italia e in Europa sulla musica “pop”, trovano una felice testimonianza in Viviani e questo spettacolo ne è anche un voluto riconoscimento, che non casualmente parte dalla nostra presenza al Maggio Musicale Fiorentino.
In questo Viviani Varietà abbiamo pensato al viaggio che nel 1929 Viviani e la sua compagnia avevano fatto sul piroscafo Duilio da Napoli a Buenos Aires per una lunga tournée nel Sud America, e abbiamo voluto immaginare le prove dello spettacolo realmente destinato agli emigranti italiani che con loro attraversavano l’oceano per un avvenire incerto da costruire, confortati in questo anche da inedite testimonianze scritte, proprio durante quel viaggio, dallo stesso Viviani.
Così, durante le prove, ci è parso qualche volta di rivedere la grande forza e il disperato ottimismo di chi come Viviani in quegli anni non si arrendeva alla crisi economica, né allo schermo che calava sulle teste “dei comici” troncando lo spettacolo dal vivo.
Per questo mi auguro che il nostro Viviani Varietà, accanto al “divertimento”, possa emblematicamente riallacciarsi agli interrogativi che oggi una parte del teatro si va ponendo sul rapporto con le tecnologie più avanzate e con gli altri mezzi di comunicazione artistici e tecnici; ma anche all’urgente necessità per tutti noi di «non stare alla finestra ma sulla strada», per il futuro del nostro mestiere.
Maurizio Scaparro

In coproduzione con il Teatro della Pergola di Firenze
Poesie, parole e musiche del Teatro di RAFFAELE VIVIANI in prova sul piroscafo Duilio
in viaggio da Napoli a Buenos Aires nel 1929
regia Maurizio Scaparro
elaborazione musicale Pasquale Scialò
testi a cura di Giuliano Longone Viviani
scene e costumi Lorenzo Cutùli 
disegno luci Maurizio Fabretti
movimenti coreografici Franco Miseria e Massimo Ranieri

con Massimo Ranieri e con Ernesto Lama, Angela De Matteo, Roberto Bani, Mario Zinno, Ivano Schiavi, Gaia BassiAntonio Speranza,  Martina Giordano.

L’Orchestra:
Ciro Cascino, pianoforte,
Luigi Sigillo,contrabbasso,
Donato Sensini, fiati,
Aniello Palomba, chitarra,
Mario Zinno, batteria.

 

Negli anni Venti e prima della tournée in America, Viviani considerava Firenze tra le città preferite, come Milano e Genova, nelle quali presentare ‘in prima’ i suoi spettacoli, in particolare al Niccolini ed al Politeama Nazionale. Nel 1924 presenta Piazza Ferrovia e Festa di Piedigrotta; nel 1925 Piazza Municipio; nel 1927 Morte di Carnevale, per citare solo alcuni titoli. Vasco Pratolini, grande estimatore di Viviani scriveva:

“Quel che c’è di tragico nella sua opera, la sua spietata ironia e la sua profondità umana, non nascono mai da un ripensamento di verità antiche esemplate sui modelli offerti dalla realtà contemporanea; né dinanzi a cotesta realtà Viviani si limita all’impressione, alla notazione gustosa dell’aneddoto e della cosa vista. Egli è un artista che piuttosto che colorire, sta continuamente addosso alla figura umana, la sbalza, la indaga, sempre pronto ad inserirla in un racconto, in un bassorilievo, per ampliarne il significato nella coralità…
Viviani non sta, come di Giacomo, alla finestra, e non ‘scende’ sulla strada come Russo; sulla strada egli vi nasce. Questo è il suo limite, ma anche la sua forza. La sua opera non è la conseguenza di una osservazione attenta e illuminante, né il risultato di una trasfigurazione lirica della realtà napoletana. Dapprima, la realtà gli si presentò come un fenomeno naturale: egli c’era di mezzo, la viveva; successivamente, non suppose mai di poterne evadere, di aver da dire qualcosa d’altro che non fosse ispirato alla vita, ai fatti, ai caratteri della Napoli di cui egli stesso era personaggio…
Il popolo napoletano, da pretesto diventa soggetto di poesia e, rappresentandosi, si rivela a se stesso, grida le proprie ragioni, si giudica e si conforta. Questo spiega come l’atteggiamento di Viviani non ci appaia, per contrasto, né populista né bonariamente umanitario; come la sua opera ci offra non la più alta, ma la più attendibile interpretazione dell’anima napoletana e ideologicamente si possa classificarla tra i più autentici esemplari di letteratura socialista; e come, infine, il suo teatro e la sua poesia, così strettamente legati al dialetto, vincolati a dei contenuti altrimenti inesprimibili, siano rimasti isolati nel quadro della poesia del teatro contemporanei…”

La produzione vocale di Viviani rappresenta un singolare contributo alla musica dello spettacolo popolare italiano del Novecento.
Nei suoi canti scenici rivivono i timbri e i gesti degli esterni popolari napoletani (canti rituali, di festa, di lavoro, di emigrazione, di prostituzione, legati ai mestieri ambulanti) trasferiti sul palcoscenico urbano del Varietà, aperto agli scambi con l’Europa e ai ritmi d’importazione d’oltreoceano.
Ne risulta una forma sonora dotata di una forte identità tradizionale e nello stesso portatrice di un gesto teatrale innovativo che si distacca dalla canzone napoletana.
Pasquale Scialò

RAFFAELE VIVIANI

Nato a Castellammare di Stabia nel 1888 e cresciuto in ambiente teatrale (figlio di un “vestiarista” teatrale e gestore di piccoli locali), Raffaele Viviani debuttò sulla scena all’età di quattro anni e mezzo cantando in un teatrino di Pupi a Porta San Gennaro, a Napoli, per sostituire inaspettatamente il tenore e comico Gennaro Trengi.
A sei anni recitò in un dramma in prosa, Masaniello, nel primo Teatro Masaniello gestito dal padre e allo stesso tempo recitava e cantava in duetto con la sorella Luisella.
Nel 1900, morto il padre, cominciarono anni di lotta ininterrotta contro la fame e la miseria, in giro per compagnie di circo e piccoli teatri di periferia, fino alla scrittura (all’età di quattordici anni ed insieme alla sorella Luisella) come artista di Varietà nella Compagnia Bova e Camerlingo per una tournée in Alta Italia. A Napoli, nel 1904, fu scritturato dal Teatro Petrella, dove interpretò per la prima volta lo Scugnizzo, una macchietta scritta da Giovanni Capurro e musicata da Francesco Buongiovanni, che Viviani aveva ascoltato al Teatro Umberto I, interpretata da Peppino Villani. L’interpretazione offerta da Viviani fu straordinaria. Dopo di essa, una dopo l’altra, nacquero quelle sue caratteristiche figure di tipi partenopei (Il trovatore, ‘O mariunciello, Malavita, Il mendicante, ‘O tranviere, ‘O scupatore, ‘O cucchiere, Il professore, ‘O sunatore ‘e pianino), all’interno delle quali mise a punto uno stile personale in cui l’arte della deformazione e della caricatura era temperata da una vena di sentimentalismo e di realismo.
Nel 1906, all’Arena Olimpia, Viviani, esordì con la sua macchietta intitolata Fifì Rino, dando il via a quel marionettismo istrionico, ripreso in seguito da Nino Taranto giovane e soprattutto da Totò.
Per Viviani fu tuttavia la scrittura all’Eden a siglare la sua affermazione e la fine della sua miseria. All’Eden debuttò presentando sei melologhi di ispirazione realistica ed il debutto fu salutato dal pubblico in maniera straordinaria.
Nel febbraio del 1911, fu scritturato per il Fowarosi Orpheum di Budapest con l’impegno di rappresentarvi per un mese le sue macchiette. Al ritorno in Italia, fu scritturato dalla Sala Umberto di Roma ed ottenne un grande successo, al punto da contenderlo ad Ettore Petrolini. La tournée in Francia, non felicissima, ed i provvedimenti governativi successivi alla disfatta di Caporetto nel 1917 (la chiusura dei teatri di Varietà), lo spinsero a compiere il passaggio dal Varietà al teatro vero e proprio. Nacque in quest’occasione la sua Compagnia di prosa e musica, che debuttò al Teatro Umberto I di Napoli il 27 dicembre del 1917, con il suo primo lavoro, in versi, prosa e musica, Il vicolo, che rappresenta il primo tentativo di legare insieme più tipi, già sperimentati, dal suo repertorio. Accadde un fatto forse unico nella storia del teatro moderno: i “numeri” che egli componeva per le sue esibizioni nei teatri di Varietà divennero una cellula dalla quale crebbe un organismo teatrale autonomo e nuovo, che non si adeguava a nessun genere preesistente.
Gli anni dal 1918 al 1920 sono quelli della stagione creativa più fertile di Viviani; infatti, scrive e rappresenta con grande successo Tuledo ’e notte, ’Nterr’ ‘a Mmaculatella, Caffè di notte e giorno, Piazza Municipio, Eden Teatro. Dal ‘20 comincia a portare le sue opere in giro per l’Italia, mettendo in scena spettacoli che gli permisero di acquisire prestigio a livello nazionale e non solo: due tragedie, I pescatori e Zingari, ma anche commedie come Napoli in frac, La festa di Montevergine, Vetturini da nolo, La morte di Carnevale e Putiferio. Nel ‘29, Viviani e la sua compagnia partirono per una tournèe in America Latina, riscuotendo notevoli approvazioni da pubblico e critica. Ritornato in Italia, Viviani conquista definitivamente le platee nazionali con commedie come L’ultimo scugnizzo e Guappo ‘e cartone.
Dal ‘36 in poi Viviani fu pesantemente ostacolato dalla politica linguistica del regime fascista, che voleva l’eliminazione delle lingue straniere (e dei dialetti) dal parlato e dai luoghi pubblici, a favore della lingua italiana. Fu così costretto a lavorare come interprete di opere altrui.
Gli ultimi dieci anni della sua vita furono segnati dal crescente avanzare della sua malattia, che ne limitò progressivamente l’attività e la produzione. Morì a Napoli il 22 marzo del 1950.

Il mondo visto dal basso

Perché la chiamano malavita, domanda lo scugnizzo di Raffaele Viviani? Quella è bella vita, cibo, abiti, “cocotte”; la malavita è quella che faccio io, scalzo e affamato. Per lui la malavita è un miraggio. Ecco Viviani: il mondo visto dal basso, nell’ottica dei veri diseredati. Tra le sue canzoni e quelle cosiddette della mala (ve le ricordate?) c’è la differenza tra l’urlo disperato del venditore di cozze e la smorfietta della signora in visita ai bassifondi. Dopodiché, siccome deve intrattenere, ossia campare anche lui, Viviani ammorbidisce la sua materia forte con umorismo e con musiche aderenti alle sonorità di una lingua ricchissima e ardua nella stessa patria partenopea – preziosi dunque i sopratitoli, per quanto fiacca appaia la koinè nel raffronto. Di rado comunque la simbiosi di durezza e piacevolezza, di grinta e di giocosità, così caratteristica di Viviani, è resa con la complice eleganza di questo memorabile Viviani Varietà concepito e diretto da Maurizio Scaparro per un magnifico Massimo Ranieri più una decina di comprimari uno più ammirevole dell’altro. Sono le prove e poi lo spettacolo offerti dalla compagnia del nostro ai passeggeri del transatlantico che porta in Sudamerica, nell’anno 1929: scenette, macchiette, numeri individuali che danno a ciascuno il suo momento ed esaltano la verve trasformista del capocomico. Spiritosa cornice di gag dentro l’ambiente disegnato da Lorenzo Cutùli, voci meravigliose e molta musica suonata dal vivo. Se trovate qualcosa di meglio a teatro quest’anno ditemelo, mi ci precipiterò.

Masolino d’Amico
La Stampa
28/04/2013


“Varietà”, struggente revival di un mondo perduto

Dei tre Scaparro presenti sulle nostre scene, tutti rivolti alla letteratura italiana del Novecento, a Brancati, a Svevo e a Viviani, “Viviani Varietà” è forse il più bello: di sicuro il più trascinante, il più prezioso. Dico prezioso come lo direi del conservatore di un museo, di un archeologo, di un servo ministro dei Beni Culturali. Cos’è il varietà se non una forma d’arte del passato? E che cos’è il dialetto, quello napoletano, il dialetto napoletano più stretto, dei vicoli e della marineria, se non un bene prezioso, un’eredità da conservare con cura? Esso è in via di estinzione, lo è come residua estetico: lo trattengono in pochi, tra questi pochi loro due, Maurizio Scaparro e Massimo Ranieri. Diceva Raffaele Viviani nella sua autobiografia del 1928, “Dalla vita alle scene”, che “l’arte del varietà è immediatezza e sintetismo; è il pugno nell’occhio ben assestato prima di dare al pubblico il tempo di riflettere… Un’arte specialissima, simultanea perché fatta di tante cosa agglomerate in cui accanto al mestiere, al mezzuccio, spesso affiora un guizzo di arte pura”. Un equivalente letterario, per intenderci, una forma anch’essa decaduta, è il prosimetro, dove si alternano prosa e poesia. E prosa e musica nel varietà si alternano a velocità tale da poter essere accostate a quel futurismo che lo stesso Viviani rammenta. Ma il varietà, questa forma d’arte estinta, come dal passato risorge, nello spettacolo di Scaparro e Ranieri, come torna lustro e vitale? L’anno successivo a quello dell’autobiografia scritta a quarant’anni, di fronte alla crisi economica mondiale Viviani con la sua compagnia traversò l’Atlantico, diretto a Buenos Aires. Qui, a bordo della Duilio, Scaparro immagina due distinti atti. Nel primo, personale di bordo, migranti (clandestini) e uomini e donne della compagnia teatrale si incontrano (o nascondono) in una serie di scene, gag e anticipi di ciò che verrà. Spesso si sorride, si ammira l’elemento scenografico: la sezione di nave, con i suoi due piani e l’affaccio sul mare. Nel secondo atto, Ranieri-Viviani si presenta al pubblico della Duilio, ovvero al pubblico, come se dovesse offrire in anticipo la crema delle prove che si sono effettuate. Ora ascoltiamo esclusivamente canzoni, ma tutti gli attori-cantanti della compagnia Gli Ipocriti e della Pergola di Firenze (lo spettacolo debuttò al Maggio musicale 2012), e in specie Ranieri, si scatenano in un vertiginoso, mirabolante, struggente revival di un mondo perduto.

Franco Cordelli
Corriere della Sera – edizione Roma
27/04/2013


Ranieri viaggia con le musiche di Viviani

C’è una coralità che sa di vita, nutrendosi di dolore trasformato in entusiasmo, nello spettacolo “Viviani Varietà” in scena all’Argentina fino al 28 aprile con Massimo Ranieri diretto da Maurizio Scaparro insieme a un cast affiatato, composto da Ernesto Lama, Roberto Bani, Angela De Matteo, Mario Zinno, Ivano Schiavi, Rhuna Barduagni, Antonio Speranza, Simone Spirito e Martina Giordano, e una trascinante orchestra dal vivo. Il viaggio compiuto nel 1929 dall’autore napoletano Raffaele Viviani e dalla sua compagnia a bordo del piroscafo Duilio da Napoli a Buenos Aires per una lunga tournée nel Sud America è pretesto e contesto per creare una macchina teatrale festosa ed emozionante in grado di mostrare una via possibile di consolazione artistica da contrapporre alla crisi economica e culturale che allora come oggi funestava ogni eventualità di speranza per il futuro. Massimo Ranieri è un meraviglioso funambolo con la sua sapienza vocale non aliena da autentica passionalità quanto con la sua eloquente, aggraziata ed espressiva fisicità. E’ pregevole, inoltre, la sua disponibilità a non cedere a un facile protagonismo per garantire la dimensione collettiva che tanto si addice a Viviani e alla forma del varietà. La tradizione partenopea svela e conferma la sua commovente vocazione poetica nella memoria storica di un popolo che sa sempre illuminare l’umanità sulle traiettorie salvifiche dell’avvenire. Sorpresa, malinconia, satira, ovvero i semi del teatro, per non arrendersi.

Tiberia De Matteis
Il Tempo – edizione Roma
24/04/2013


Viviani e gli incanti del Varietà

Prezioso e singolare spettacolo, il Viviani Varietà in scena all’Argentina fino al 28 aprile. Maurizio Scaparro, presente a Roma nel giro di poche settimane con tre allestimenti a sua firma (La coscienza di Zeno con Pambieri ha appena lasciato il posto, al Quirino, a La governante di Brancati) lo ha felicemente costruito per il talento di Massimo Ranieri. Siamo a bordo di una nave che viaggia da Napoli a Buenos Aires con un carico di guitti e di emigranti. Sottotitolo dell’avventura: “poesie, parole e musiche del teatro di Raffaele Viviani, in prova sul piròscafo Duilio”. E davvero l’artista partenopeo organizzò con i suoi attori, sul bastimento che lasciava l’Italia nel 1929, l’anno della crisi, un intrattenimento di parole e musica per celebrare, anche in terza classe, il passaggio dell’equatore. In realtà, pensava di offrire il prodotto ai palcoscenici di Buenos Aires e lo rodava a bordo cogliendo l’occasione. Scaparro, sui testi curati da Giuliano Longone Viviani e con le musiche elaborate da Pasquale Scialò, è riuscito a caricare questo lirico escamotage di emozioni speciali, orizzonti marini, festoni di luci, clandestini da nascondere, scaramucce di borsa e di alcova. In sintesi, il modo dello scugnizzo per eccellenza, il signore di Piedigrotta scabro e popolano, il cantore dei lazzari, dei guappi, delle ragazze di vita, dei ladruncoli, dell’atavica fame di Partenope. Ranieri, in grande smalto, interpreta il capocomico di Castellammare di Stabia con una forza che non sa di mestiere, né di routine, bensì di autentica dedizione. Attorno a lui una troupe di quelle che danno lustro a Napoli: tutti bravi, voci da gran premio, convinzione, efficacia sia nel patetico, sia nel comico. I nomi: Ernesto Lama (sempre superaffilato), Roberto Bani, Angela De Matteo, Mario Zinno, Ivano Schiavi, Ester Botta, Rhuna Barduagni, Antonio Speranza, Simone Spirito, accompagnati da una piccola orchestra che l’Argentina, memore dei suoi trascorsi d’opera, amorosamente accoglie (Massimiliano Rosati alla chitarra, Flavio Mazzocchi al pianoforte, Mario Guarini al contrabbasso, Donato Sensini ai fiati, Mario Zinno alla batteria). La teoria dei “ritratti” che Viviani ha seminato nelle sue opere si dipana davanti agli spettatori con un senso di unità e di compattezza degno della pioggia di applausi riservata, alla fine, al regista e alla compagnia. Da non perdere.

Rita Sala
Il Messaggero
19-04-2013


RANIERI APRE LA STAGIONE CON IL “VIVIANI VARIETA’”

Un trionfo per il “Viviani Varietà” del regista Maurizio Scaparro, cantato, ballato e interpretato dal bravissimo Massimo Ranieri con tutta la sua compagnia. Molto curate le scenografie ispirate alla storia della traversata oceanica che il commediografo e attore partenopeo, Raffaele Viviani, fece sul transatlantico Duilio per recarsi in tournée da Napoli a Buenos Aires nel 1929 e costruito su poesie, canzoni e appunti lasciati dallo stesso Viviani. Ottima la musica dal vivo. E, visto il richiamo della storia – a tratti romantica a tratti divertente – alla grande depressione del 1929, non sono mancati per il pubblico spunti di riflessione sull’attuale crisi politico-economica.
Il Messaggero – Civitavecchia 14.10.2012


PIEDIGROTTA TROPICALE

Ci voleva l’entusiasmo infaticabile e il talento organizzativo indiscusso di Maurizio Scaparro per riportare la prosa al Maggio Musicale Fiorentino (alla Pergola e poi in tournée autunnale) con “Viviani Varietà” dal sottotitolo più didascalico di qualsiasi programma: “Poesie, parole, musiche del teatro di Raffaele Viviani, in prova sul piroscafo Duilio in viaggio da Napoli a Buenos Aires nel 1929”. In più c’è l’avallo di un toscano, Vasco Pratolini, che di Viviani aveva già capito tutto nel ’56: “Viviani non sta alla finestra, ma sulla strada da dove viene… il popolo napoletano da pretesto diventa soggetto di poesia e, rappresentandosi, si rivela a se stesso, si giudica e si conforta”.
In scena, una eloquente sezione di piroscafo con l’oceano all’orizzonte, atmosfera sospesa alla maniera del felliniano “E la nave va”, che ospita le prove dello spettacolo che consacra il passaggio dell’equatore, un mondo di stenti lasciati alle spalle per un domani, chissà, si spera migliore. Massimo Ranieri “è” semplicemente Viviani che organizza e interpreta con la compagnia la serata di canzoni, duetti, macchiette, poesie, tenute insieme dal filo conduttore delle lettere che Don Raffaele scrisse davvero alla moglie durante la traversata. È uno spettacolo musical-teatral-filologico e bastano anche solo due tra i vari numeri, quando Ranieri-Viviani insegna alle ballerine come portano la mantiglia “las spagnolas” inarcando le spalle all’indietro e quando fa il guappo Mackie Messer che si lucida i brillanti per farne una serata di puro godimento. Tra i comprimari di questa Piedigrotta tropicale in balia dei marosi spicca il talento raffinato di Ernesto Lama, fine dicitore, bella voce, pause e magrezza scavata alla Eduardo.
Rita Cirio
l’Espresso – agosto 2012


RANIERI FORZA E VOCE CANTA UN VISIONARIO VIVIANI

Il grande ponte di un piroscafo con un finestrone sull’azzurro mare aperto, il chiarore di quel tanto sospirato mondo nuovo, in basso la piccola orchestra, al piano superiore dietro una ringhiera s’agitano passeggeri e uomini dell’equipaggio. Un ponte che diventa la piazza del quartiere popolare, il palcoscenico dove sfilano i tanti personaggi coi loro numeri di spettacolo, di canto e di ballo… Siamo a bordo del Duilio, il vapore che portò il grande commediografo Raffaele Viviani nel 1929 da Napoli a Buenos Aires per una lunga tournée in Sudamerica. Sulla base di una documentazione storica, in parte inedita (le lettere di Viviani ai familiari, curate dal nipote Giuliano Longone), il regista Maurizio Scaparro ha ricostruito l’episodio autentico dello spettacolo (e della sua preparazione) messo in scena sulla nave, durante la lunga traversata col simbolico passaggio dell’Equatore, in Viviani Varietà, spettacolo di chiusura del Maggio Musicale Fiorentino ( andato in scena, prima assoluta nazionale, sabato scorso nel magnifico Teatro La Pergola, e sarà ripreso in autunno) che aveva il viaggio come tema conduttore della rassegna.
‘Guarde int’o binocolo/ e ‘ a terra manco appare./Na stesa immensa ‘e nuvole/ e mare, mare, mare’. Proprio ondeggiando sulla massa d’acqua, richiamati dalla canzone d’apertura si susseguono gli sketch dei sei attori e s’affacciano le figure popolari, il cantiniere e il tammorraro, il cafone e il malavitoso, con le loro espressioni vernacolari, i sapidi modi dire, l’eccessivo gesticolare aiutate da una musica asciutta, essenziale, molto stilizzata nelle armonizzazioni (opera del bravo Pasquale Scialò che ha «aggiornato» le partiture) del quintetto di strumentisti, menzione speciale per il batterista/attore Mario Zinno e il fiatista Donato Sensini. Al direttore dello spettacolo, Massimo Ranieri, tocca il compito di cucire le varie parti, di mostrare come si fa ai suoi attori (Roberto Bani, Ernesto Lama, Ivano Schiavi), di lodare e correggere, nell’alternanza di momenti comici e malinconici, di esuberante divertimento e inevitabile cupezza con la presenza di tante perle scelte dal repertorio vivianeo compresi alcuni canti scenici che sono poi volati via dalle commedie originarie e hanno acquistato una loro autonomia (da Bammenella ‘e coppe e quartiere, in un’entusiasmante interpretazione di Massimo Ranieri, in forza e in voce, applaudito a scena aperta a Carmen Zucconas, con tutta la filastrocca di esse, in bilico tra le due soubrette, Ester Botta e Angela de Matteo fino a Lavannarè ). Uno spettacolo venato di allegria eppure attento, nel solco di quella grande maestria, quella maniera poetica e leggera di rappresentare uno spaccato di società popolare, col ricorso al vernacolo e alla danza.
Da subito le suggestioni dell’attualità vengono a galla, dal vascello che potrebbe essere l’Andrea Doria o il Costa Concordia (vera iattura regionale) all’inevitabile discorso sulla crisi economica, quella di allora, stretta parente di quella odierna , affrontata con la grande forza e il disperato ottimismo di Viviani e dei tanti emigranti, in fuga da una società agricola a inizio novecento o giovani cervelli in cerca di migliori opportunità nel XXI secolo. Ma è lo spessore cosmopolita, la visione più ampia e universale a venir fuori in quelle amare riflessioni sull’avanspettacolo e il varietà in forte calo davanti all’avanzare del cinematografo, anche allora la tecnologia che minaccia di travolgere i canoni consueti dello spettacolo dal vivo, con quello schermo che sarebbe potuto calare sulla testa dei comici, troncandone l’esistenza. Così uno show ( e una musica) di forte identità tradizionale si ribalta in una visionaria quanto interessante presa di coscienza sulla necessità di tutti noi «di non stare alla finestra ma sulla strada», forse non quella pittoresca e spassosa di guappi e scugnizzi, ma quella ben più dura e reale del teatro che ci incanta e racconta.
Flaviano De Luca
il manifesto – 16 giugno 2012


TRACCE DI VIVIANI IN RIVA AL MARE

… il ‘Varietà Viviani’ che Maurizio Scaparro ha presentato sabato al Teatro della Pergola di Firenze, protagonista Massimo Ranieri, applaudito come per una gran festa … successo meritato in verità per l’affiatamento degli attori e la leggerezza emozionata ed emozionante della regia di Scaparro che ha inventato questa possibile «prova sul piroscafo Duilio in viaggio da Napoli a Buenos Aires nel 1929» immaginando un Viviani-Ranieri ad occupare il tempo della lunga traversata costruendo il suo spettacolo, ed a fare da maestro al suo manipolo d’ attori-cantanti, davvero bravi e affiatati: Angela de Matteo, Ernesto Lama, Ester Botta, Ivano Schiavi e Mario Zinno. Meravigliosa la ‘Bambenella’ ed un ‘Sapunariello’ da antologia: in scena un gioco di personaggi, guappi e gli scugnizzi di quel grande teatro che parla con tanta forza ai nostri giorni.
Giulio Baffi
la Repubblica edizione Napoli – 13 giugno 2012


MASSIMO RANIERI E VIVIANI LA LEGGEREZZA E LA TRADIZIONE

Quando si gira intorno a Viviani c’è sempre da stare allegri. Il tesoro che ci ha lasciato in eredità è un’acrobazia lieta del teatro musicale grazie alla quale Napoli muore e rinasce, ogni volta. Quel suo geniale modo di mettere in scena, e succedeva un secolo fa, la gente di strada, scugnizzi, ambulanti e prostitute, mescolando recitazione e canti, ha ancora oggi il sapore fatato del varietà popolare che si fa arte sublime. Nulla di strano che Massimo Ranieri dica: «Ma io in realtà sono proprio figlio di questo, di Viviani, prima ancora che di Eduardo».
E lo ribadisce nel momento in cui insieme a Maurizio Scaparro si è divertito a ricostruire quella delizia intramontabile del canzoniere di Viviani, popolare e sapiente, con guappi, poveracci, misera gente, che cantano le loro storie. Ranieri ci naviga dentro con la naturalezza dell’appartenenza. È roba sua, anche nella mistura di recitazione e canto sul quale è stato pensato per la chiusura del Maggio Fiorentino, questo Viviani varietà, andato in scena sabato sera alla Pergola con grande successo (per essere poi ripreso in autunno), sfruttando un pretesto reale della biografia del maestro, ovvero un viaggio che lui e la sua compagnia effettuarono nel 1929 a bordo del piroscafo Duilio, per andare a portare sollievo agli emigranti in terra sudamericana.
La scenografia infatti è proprio quella del piroscafo, con una finestra in fondo da cui si intuisce il mare infinito dell’oceano che non finisce mai, il cielo che incombe, il vento che sussurra echi di terre lontane. Ranieri è ovviamente lo stesso Viviani che con la sua compagnia prova i canti dello spettacolo. E allora arriva So Bambenella ‘e copp’e quartiere, forse la più bella tra le canzoni “inventate” dal magnifico teatrante, storia di una prostituta che difende il suo protettore ricercato dai “brigadieri” perché lo ama pazzamente anche se per lui deve fare “il mestiere”. E poi Lavannarè , o l’altro capolavoro O guappo ‘nnammurato, e così via in una deliziosa sarabanda di melodie tutte volutamente teatrali, nel senso che facevano parte di una situazione teatrale, e da questa erano motivate. Alla fine ne viene fuori nella sostanza un varietà, rievocato con raffinato senso di nostalgia, ma anche con autentico gusto del divertimento teatrale.
E tutto si conclude con O sapunariello, altro gioiello inarrivabile, misto di monologo e canto, recitato da uno straccivendolo, che ha avuto formidabili interpretazioni in passato (Nino Taranto e Sergio Bruni per citare le migliori) e sulla quale Ranieri dà il massimo del suo talento, per la gioia del pubblico.
Gino Castaldo
la Repubblica – 11 giugno 2012


IN VIAGGIO CON SCAPARRO SULLE ROTTE TEATRALI DI VIVIANI

Un varietà al Maggio Fiorentino ispirato all’artista napoletano immaginato su un piroscafo per una tournée in Sudamerica
NAPOLI NOTTE E GIORNO ALL’EQUATORE. RITORNA IL MONDO DI RAFFAELE VIVIANI, LA SUA MALINCONIA, IL SUO BISOGNO D’AVVENTURA, IL SUO IMPIETOSO REALISMO, IL SUO AMARO UMORISMO E QUELLA GRANDEZZA POPOLARE, ARISTOCRATICAMENTE POPOLARE, che ha trovato nella scena del varietà la sua ispirazione e il suo cuore. Ritorna all’interno di una manifestazione come il Maggio fiorentino dedicata alla musica, ripristinando il dimenticato spazio che la prosa tradizionalmente aveva.
Ci ritorna con la scelta di un autore che sembra sfuggire al metro di un giudizio abituale: un classico, sì, ma del popolo, nato dalla capacità di una lingua, come il dialetto napoletano, di essere compresa da tutti, se non proprio parola per parola, grazie al flusso d’energia emotiva che coinvolge lo spettatore. Forse solo un regista come Maurizio Scaparro, cittadino del mondo ma orgogliosamente «mediterraneo» nelle sue radici, poteva tentare l’impresa: e lo spettacolo Viviani Varietà con la carica di fascino e di emozione che sa dare al pubblico – che lo accoglie con applausi a scena aperta e gran successo finale al Teatro della Pergola -, ne è il risultato.
Viviani Varietà non è una banale esemplificazione di «numeri» canori e no (drammaturgia di Giuliano Longone Viviani, nipote del grande drammaturgo-attore), ma il racconto di un viaggio – uno dei tanti compiuti da Viviani e dalla sua compagnia – verso Buenos Aires per portare il proprio teatro agli emigranti italiani. Ma è anche e soprattutto un viaggio teatrale che Scaparro si immagina avvenga sul piroscafo Duilio nel 1929, anno di una gravissima crisi mondiale, così simile per certi aspetti a quella che stiamo vivendo, per ricordare che ieri come oggi, in tempi cupi, il teatro e la cultura possono essere una buona zattera. Per il regista, che questo mondo ben conosce e ama, una vera e propria dichiarazione di poetica.

IL PONTE DELLA NAVE

La scena di Lorenzo Cutùli (suoi anche i costumi) rappresenta un pezzo di ponte del Duilio, luogo in cui la compagnia si confronta fra rivalità e solidarietà, gelosia e bravura e dove il capocomico Viviani tira le file durante le prove di quello che poi sarà lo spettacolo offerto alla fine del viaggio, illuminato dalle tenere luci di una festa popolare. Da lì, con la musica suonata dal vivo da un quintetto, scendono in platea a folate le note e le parole di Viviani dove, elaborate dall’estro musicale di Pasquale Scialò, canzoni celeberrime come Bammenella, L’emigrante, Sapunariello (canti scenici li definisce Scaparro) si mescolano a poesie, alle lettere scritte dal drammaturgo alla moglie: lettere quotidiane da un matrimonio, dove vita e teatro si confondono.
Protagonista ma anche ideale «buttafuori» di questo mondo generoso e a suo modo eroico è un formidabile Massimo Ranieri, un Viviani vulcanico, ironico, malinconico, carnale e brechtiano allo stesso tempo, scugnizzo poetico e drammaturgo scafato dalla gestualità mai eccessiva, vissuta dal di dentro, rivitalizzata e poi restituita al pubblico con ironia. Ma notevole è tutta la compagnia che lo affianca, scelta con un’accuratezza rara, da Roberto Bani a Ester Botta, da Ernesto Lama a Ivano Schiavi, da Angela De Matteo a Mario Zinno, nel saperci restituire quel mondo con autentici pezzi di bravura. Grazie a tutti loro il teatro, la musica, la grandezza di Viviani continuano a parlarci.
Maria Grazia Gregori
l’Unità – 11 giugno 2012


RANIERI CON SCAPARRO ALLA RISCOPERTA DI VIVIANI 
INTENSO SPETTACOLO MUSICALE ALLA PERGOLA A CHIUSURA DEL MAGGIO

Maurizio Scaparro, per questo “Viviani varietà”, spettacolo alla Pergola di chiusura del Maggio, torna all’amata figura dell’artista metaforicamente e realmente in viaggio, e lo fa con Massimo Ranieri, che con lui già rappresentò il viaggio a Parigi di “Pulcinella”. Questa volta però c’è al centro la figura di Raffaele Viviani, napoletano che “non sta alla finestra” a cogliere colori e umori “e non scende sulla strada: sulla strada egli vi nasce”, come scriveva Vasco Pratolini negli anni ‘50, a sottolineare la sua verità di vita, tanto che gli estremi del viaggio dell’emigrante, nella sua canzone, si ribaltano e la terra promessa è quella che si lascia “per necessità” con tanta nostalgia, mentre la durezza della vita è tutta in quell’America dove va “a zappare”.
Viviani è autore di tanti capolavori drammatici, ma anche musicista e creatore di bellissime canzoni di cui disseminava i suoi spettacoli, che affondano il coltello nella carne viva della sua Napoli popolare e misera, senza sofferenze di maniera, ma solo vita, così com’è, perché, come canta in “Malavita”, chiusura in tono esistenziale della serata, “lo sbaglio è l’uomo e quando nasce”. Non a caso l’ex scugnizzo Ranieri ricorda che quando lesse la prima volta Viviani, 35 anni fa per “Napoli chi restra e chi parte” con Patroni Griffi, si disse: “ma questo mi conosce, sa tutti i miei patimenti, la mia fame, le mie ansie e le mie paure più intime”.
Lo spettacolo di Scaparro ha come sottotitolo “Poesie, parole e musica del Teatro di Raffaele Viviani, in prova sul piroscafo Duilio in viaggio da Napoli a Buenos Aires nel 1929”, puntando sulla grande forza e il disperato ottimismo di chi non voleva, come oggi, arrendersi alla crisi. Si prova un varietà musicale per la festa di passaggio dell’Equatore e, tra una scenetta, una macchietta, un battibecco tra artisti, il lavoro presenta un Viviani canoro spesso sconosciuto, con i testi curati dal nipote Giuliano e con la perfetta elaborazione musicale di Pasquale Scialò, nella bella scenografia, un salone della nave su cui si affacciano due ordini di cabine, di Lorenzo Cutoli. E Massimo Ranieri dà a quelle parole e melodie una misura, di gesti e intonazioni, di sentimenti sorrisi e sofferenze, oltre che di una lingua non facile ma affascinante, con cui gli restituisce tutta la loro verità coinvolgente, la dolcezza e il dolore di cui arriva la poesia, grazie a uno spettacolo calibratissimo di vero teatro, tutto cantato e suonato dal vivo come è sempre più raro sentire, in cui basta un nonnulla per cambiare atmosfera, una fila di lampadine che si accendono, per far festa.
Con Ranieri è un piccolo gruppo di giovani tutti di buona qualità, capaci di recitare e cantare, da Ernesto Lama e Ester Botta a Roberto Bani, Angela de Matteo, Ivano Schiavi e Mario Zinno (che suona anche la batteria in buca con gli altri musicisti) e gli applausi alla fine sono lunghi e calorosi.
“Viviani varietà” riprenderà a girare in autunno, cominciando dalla Campania, per arrivare poi all’Argentina Roma e tornare a Firenze.
Paolo Petroni
Ansa – 10 giugno 2012

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