12 Baci sulla bocca

di Mario Gelardi

Note di regia

Raccontare oggi una storia di omofobia sembra “eccessivamente” attuale. Sembra di cavalcare l’onda delle continue notizie di cronaca che riempiono le pagine dei giornali con atti di violenza inaudita. Ma da dove arriva tutto questo odio?
Si è pensato di ambientare questa storia negli anni Settanta, non per dare una risposta, ma per formare domande, perché solo guardando al passato possiamo capire le falle del nostro presente. Gli anni Settanta ci hanno dato la possibilità di costruire un tessuto emotivo ancora più claustrofobico. La storia si svolge coprendo l’arco tra due tragedie nazionali: la strage di Piazza della Loggia e la tragica morte di Pier Paolo Pasolini, evocate entrambe nello spettacolo e simbolo di anni devastanti dal punto di vista sociale e politico. E l’abbiamo fatto provando a raccontare una storia d’amore, semplice ed emozionante come ogni storia d’amore è. E poco importa se i protagonisti di questa storia sono due uomini, perché Emilio e Massimo sono il simbolo di una libertà che negli anni Settanta era pura utopia, e oggi è finta democrazia. Perché l’amore, quello vero, è libertà. Anche se parte dalla periferia della nostra terra, dove il tempo sembra essersi fermato, dove, al di là di un finto progressismo, ci sono ancora leggi sociali antiche.
Un piccolo melodramma sudato, che ha l’eco della musica popolare degli anni Settanta, che vive di squarci di luce, sul nero dei giorni e di quelle vite.

Giuseppe Miale di Mauro

regia Giuseppe Miale di Mauro
scene Roberta Mattera, costumi Giovanna Napolitano, luci Ettore Nigro
progetto grafico e fotografie Carmine Luino
aiuto regia Giuseppe Gaudino
con Francesco Di Leva, Stefano Meglio, Andrea Vellotti

Napoli, anni ‘70.
La provincia napoletana soffocante e a volte disorientante. Il conflitto politico e sociale che divide il Paese sembra lontano da queste terre, invece attecchisce nell’ombra.
In questo ambito, nasce “12 baci sulla bocca”, che racconta l’incontro-scontro tra Emilio, lavapiatti dai modi delicati e Massimo, fratello “ripulito” del proprietario di un ristorante. Massimo si sta per sposare, con l’unica donna che ha avuto nella vita; è al punto in cui, o ti lasci o ti sposi. Massimo si sposa.
Emilio è giovane ed è “ricchione”: questo era l’unico termine usato a Napoli per identificare un omosessuale. Emilio riesce a scardinare l’omosessualità assopita malamente da Massimo.
I loro incontri sono carezze sfuggenti e nascoste ad occhi che non capirebbero. Sono pericolosi, e i due ragazzi si nascondono, ma quel rapporto così controverso rappresenta, forse, l’unico momento di vero sentimento nella loro vita.
Il loro è un ambiente in cui non è permessa alcuna diversità, vigono leggi sociali e di branco che non permettono nulla al di fuori di una prassi consolidata. Ma gli occhi di Antonio, fratello di Massimo, lo guardano dentro, sanno molto di più di quel fratello di quanto lui pensi. In quell’ambiente i problemi si risolvono in maniera spicciola ed uno come Massimo, non può certamente essere un “ricchione” di paese.

Mario Gelardi

Spudorate attrazioni nell’Italia omofoba

Amore negato e conquistato che s’intreccia alla cronaca di anni difficili, in scena alla Galleria Toledo per ’12 baci sulla bocca’ di Mario Gelardi. Messo in scena con mano felice e ricchezza d’intuizioni, invenzioni, possibili ironie, da Giuseppe Miale di Mauro, è un percorso difficile per la passione di uomini nell’Italia omofoba degli anni ’70. In scena bravi ed intensi Francesco Di Leva, Stefano Meglio, Andrea Vellotti, giocano intrecci d’affetto e di sensi che si risvegliano, tenerezze pudiche, spudorate attrazioni.

Giulio Baffi
la Repubblica – edizione Napoli


12 baci sulla bocca

Immagini di un mondo che fu, e che ancora è. Scoppi di elettricità, fuori e dentro la scena. Siamo alla Galleria Toledo di Napoli, è appena finito lo spettacolo. Si intitola 12 baci sulla bocca e parla di omosessualità. Lo firma Mario Gelardi e lo dirige Giuseppe Miale di Mauro. Applausi convinti per un’opera intellettualmente lucida e drammaturgicamente lieve. Qualche lacrima. Vedere ammaz-zare un uomo perché ama un altro uomo può fare molto male. Lo spettacolo è ‘felice’ nel ritmo, nella scrittura e nella recitazione (accanto a Di Leva, Stefano Meglio e Andrea Vellotti). Una di quelle rare opere fatte per e non contro il pubblico. 12 baci sulla bocca allinea un picchiatore fascista, un fratello destinato a sposarsi per conformismo sociale, e un giovane lavapiatti che si innamora del futuro sposo. Mentre la radio trasmette la notizia della morte di Pier Paolo Pasolini e l’orazione funebre di Moravia, i tre attori costruiscono sulla scena una danza geometrica di corpi e dialoghi, preparando un finale scenicamente esemplare. C’è una grazia, un tocco speciale, in questa piccola opera di teatro, che fonde le note del melodramma e della tragedia per raccontare una storia che non può dirsi in nessun modo privata. Perché quello che accade sul corpo martoriato delle minoranze è sempre affare nostro.

Katia Ippaso
Gli Altri


Quel lungo sogno di un ragazzo omosessuale

Settanta minuti che raccontano una storia d’amore troppo forte per le regole della Napoli degli anni 70, una storia così intensa da far mancare il respiro. ’12 baci sulla bocca’. Erano gli anni della morte di Pier Paolo Pasolini, del compromesso storico del Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, anni frenetici, che preludevano a dei cambiamenti per i quali però bisognava lottare ‘non avendo paura delle mazzate’. Erano anni in cui si giustificano atti di intolleranza avallando motivazioni politiche, ‘i comunisti sono tutti ricchioni’ si dice, ma non è così. ‘Comunisti, fascisti, tutti ci odiano’ ribatte Emilio, sono leggi sociali antiche, radicate nella periferia di un paese dove un ‘problema’ del genere va eliminato in maniera semplice e brutale. Splendida la scena dell’amore, un ‘incontro-scontro’ così passionale da apparire violento. La violenza e l’intolleranza sono il nero che accompagna la realtà di tutti i giorni, eppure, è in tale contesto che gli impulsi d’amore e di libertà riescono a imprimere profondi squarci di luce.

Roberta Rei
Roma


Paura d’amare (e non solo)

In “12 baci sulla bocca”, delinquenza, camorra, fascismo, ignoranza e omofobia diventano aspetti diversi di una medesima mentalità, suggerendoci ora che l’urgenza di preservare la memoria di un passato abbastanza recente è fondamentale al fine di mantenere alta la guardia rispetto a dinamiche di insolente ed arrogante prevaricazione sociale, ora rammentando a tutte le persone omosessuali, e soprattutto alle associazioni (spesso più attente alla visibilità politica che all’azione culturale), di non abdicare mai alla propria dignità, alla propria libertà ed alla legittima richiesta di rispetto e riconoscibilità. La messinscena, curata con sobrietà e misura da Giuseppe Miale di Mauro, presenta il verificabile pregio di arrivare in maniera diretta agli spettatori, coinvolgendoli in un plot narrativo dal ritmo sostenuto e dall’impostazione giustamente popolare che, rinunciando a qualsiasi eccessiva intellettualizzazione dell’argomento, mira a commuovere e scuotere le coscienze, grazie all’interpretazione intensa di Stefano Meglio, superlativo nel ruolo del mazziere fascista, e a quella dell’ottimo Francesco Di Leva che, già applaudito protagonista di “Gomorra”, torna sulla scena confrontandosi con un ruolo che, proprio in quanto diametralmente opposto da quelli solitamente interpretati, ne conferma il talento, rivelando al contempo una certa apprezzabile maturazione artistica.

Alessandro Grieco
Teatro.org

 


12 Baci proibiti

Gli anni ‘70 e una provincia napoletana bigotta sono il tempo e il luogo di “12 baci sulla bocca” di scena alla Galleria Toledo per la regia di Giuseppe Miale di Mauro. In un ambiente in cui è più importante l’apparenza e dove essere “diversi” si paga a caro prezzo si consuma la storia di Massimo ed Emilio. Ci troviamo in uno di quei ristoranti per cerimonie, dove la volgarità è di casa, proprietà di Antonio (interpretato dal bravissimo Stefano Meglio) che sta organizzando con premura il matrimonio del fratello Massimo (Andrea Vellotti). Ma l’incontro- scontro di Massimo con Emilio, un lavapiatti omosessuale (interpretato da Francesco Di Leva) che sogna di trasferirsi a Londra per essere davvero libero, sarà un rivelatore infausto. La diversità di Massimo si manifesta in maniera appassionata e sulle note di Somebody to love si consuma il loro desiderio: i due si rincorrono, si cercano, si sfiorano e infine si amano spogliandosi di ogni inibizione. Vengono inscenate due omosessualità differenti: quella sfrontata ed esperta di Emilio, e quella timida e inesperta di Massimo, che sceglierà comunque la strada del matrimonio. Ma il paese è piccolo e la gente mormora, all’orecchio di Antonio arriva la notizia dello scandalo a cui dovrà porre rimedio in maniera spicciola. Sulla scena le luci illuminano tre uomini, tre anime, tre caratteri profondamente diversi. La parte del cattivo riesce bene a Stefano Meglio che dipinge con i suoi modi aggressivi un paese e un periodo in cui la diversità non era ammessa, lo stesso periodo in cui moriva Pier Paolo Pasolini, preso a bastonate. Le stesse bastonate riecheggiano in sala, aprono e chiudono la storia e si uniscono a suoni più melodiosi: le bellissime musiche che fanno da colonna sonora ad un amore proibito.

Francesca Bianco
Mxpress

 


L’autore e il regista Giuseppe Miale di Mauro, di lunga e rodata collaborazione, hanno creato un percorso limpido ed esplicito che affronta con essenzialità la storia di due ragazzi come tanti alle prese con l’ambiente in cui si trovano a vivere.
Qualche sedia sul palco, sigarette, abbigliamento anni ’70; gli attori si muovono con sicurezza e verità, immergendoci in un mondo di sopraffazione e compromessi, ipocrisia e rinunce, l’Italia del 1975 e della morte di Pasolini, e forse ancora l’Italia di oggi, che si erge su quelle rovine.
La relazione omosessuale è vissuta davanti al pubblico senza falsa retorica, in tutta la sua istintualità e forza emotiva, un rapporto d’amore fatto di ricerca e di fughe, di lotta e abbandoni, con l’ingenuità, in certi attimi, dei sentimenti più autentici.
I personaggi si fronteggiano sul ring della vita con vibrante energia. Il ritmo serrato e le musiche di quegli anni, Massimo Ranieri, Angela Luce, Freddie Mercury, Elton John, sono l’unico supporto al riuscitissimo gioco attoriale. Intensi tutti, in particolare Francesco Di Leva che avevamo già notato in Gomorra nella versione teatrale dello stesso autore, qui nel ruolo del disincantato Emilio.
La politica si insinua subdola e inevitabile nel privato, condizionandolo radicalmente, e ancora risuonano, metallici, i colpi di quella notte.

TEATRO.IT

 


Colpi fortissimi sfondano l’assordante silenzio della sala. Il buio pervade lo sguardo e fa smarrire un pensiero che non sa ancora dove compirà il suo viaggio. Sono le prime parole a tradirne la meta: Napoli, catapultati in una periferia quasi ai margini della realtà. Qui si consuma la complessa e travolgente vicenda, che porta il titolo di 12 BACI SULLA BOCCA. Scritto da Mario Gelardi, questo spettacolo è diretto da Giuseppe Miale di Mauro, regista in grado di sfoderare in scena due tipi di omosessualità, ben tratteggiate grazie anche all’abilità recitativa dei due interpreti Francesco Di Leva, nel ruolo di Emilio, e Andrea Vellotti nel ruolo di Massimo. Tra i due si pone il fratello di quest’ultimo, interpretato da Stefano Meglio, attaccatissimo alle convenzioni, alle consuetudini. La bravura dell’attore mette in evidenza come questo personaggio sia prigioniero del suo stesso bigottismo, pronto a fermare la sua durezza solo di fronte all’amore verso un fratello, che considera diverso, senza neanche accorgersene. Con vigore gli incontri amorosi di Massimo e Emilio continuano e si palesano sulla scena quasi come “scontri tra gladiatori”; con i loro occhi vibranti, i due innamorati cancellano la furia, lasciando sul palco solamente le tracce di un amore puro, consumato fra la paura e la temerarietà, che la bellezza dei due corpi illumina di poeticità. L’efficacia di questo spettacolo risiede in ogni sua parte, dal testo, alla resa scenica, al lavoro attoriale e si pone come ulteriore “arma”, pronta a sfondare il muro dell’ipocrisia, radicato nei secoli da quei meccanismi generati dalle istituzioni, che ne costituiscono i mattoni.

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