Ferdinando

di Annibale Ruccello

Trama


PRIMO TEMPO

PRIMO QUADRO
5 agosto 1870 – nove anni dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie. L’azione si svolge in una vecchia villa borbonica della zona vesuviana. La scena rappresenterà un grande salone della villa adibito a camera da letto. Sulla parete di fondo, al centro, una grande porta aperta lascia intravedere la scala padronale che porta ai piani superiori. Sempre sul fondo, a destra guardando, un grosso letto a baldacchino. Sulla parete di destra due porte-balcone, a vetro, danno su quella che probabilmente dovrebbe essere una terrazza, la cui vista ci è preclusa da un pesante tendaggio tirato per proteggere la stanza dalla calura e dal sole intenso proveniente dall’esterno. Sulla parete di sinistra, il camino, ed affianco un divano utilizzato come lettino. In disordine sparso scaffali con libri, tavoli quasi interamente ricoperti da medicinali, un inginocchiatoio, delle sedie, una poltrona, uno scrittoio. La mobilia non è tutta omogenea ad una camera da letto e lo stesso salone sembra più adattarsi all’uso attuale che essere da sempre nato per tale scopo. Da tracce di cibo, piatti e bottiglie accantonate su di un tavolinetto si capisce che la stanza viene usata anche per mangiare e da tutto traspare, affiora, quel caratteristico tanfo che hanno le camere degli infermi, dove all’odore dei medicinali si sovrappone quello del talco, del cibo, stratificatisi in lunghi giorni in cui l’aria viene cambiata soltanto per pochi momenti. Nel letto a baldacchino giace Donna Clotilde, una donna non più giovane, le cui forme opulente si disegnano sotto le coltri con una languidezza anch’essa caratteristica di chi è uso trascorrere nel letto gran parte della propria esistenza. I lunghi capelli sciolti circondano l’ovale del viso la cui pelle è di una bianchezza e di una trasparenza impressionante. Solo gli occhi hanno sempre un fondo di inquietudine, di insoddisfazione.
In una sedia accanto al letto è rigidamente seduta Donna Gesualda, rinserrata nel nero del suo abito modesto e verginale. Fa scorrere con professionale lentezza i grani del suo rosario mentre da fuori, in lontananza giungono i canti e le voci dei contadini. Solo da quelle voci, e da qualche polveroso raggio di sole che si infiltra oltre i tendaggi è presente il bagliore, il sudore di un pomeriggio inoltrato.

SECONDO QUADRO
7 agosto 1870 – Pomeriggio inoltrato. La stanza è stata rimessa in ordine, è stata resa meno soffocantemente stanza da ammalata anche se le operazioni di abbellimento non hanno sortito un effetto completo. Le tende delle porte-balconi sono completamente aperte e nella stanza penetra la calda luce del tramonto. Ad apertura di quadro troveremo Donna Clotilde, logicamente a letto, Don Catello immobile vicino al camino e Donna Gesualda, visibilmente emozionata in piedi presso l’arco della porta mentre nella stanza si precipita Ferdinando, ancora in tenuta di viaggio. E’ un giovane di circa sedici anni, di una bellezza apollinea, con lunghi riccioli biondi che gli scendono quasi fin sulle spalle, un corpo esile e slanciato ed un’aria di ingenua tristezza che gli conferisce il maggior fascino. Tutti sono palesemente turbati dalla sua bellezza e per tutto il quadro si ostineranno a chiamarlo “bambino” anche se “bambino” non è. Entrato in camera e lasciata una piccola borsa ai piedi del letto si getterà ai piedi di Donna Clotilde baciandole la mano.


SECONDO TEMPO

TERZO QUADRO
10 novembre 1870 – La stessa scena. Le cose che saltano evidenti all’occhio dello spettatore sono il letto di Donna Clotilde e l’assenza del letto di Donna Gesualda. Il letto di Donna Clotilde è vuoto, rifatto ed ha tutta l’aria di essere usato soltanto nelle ore notturne. La stessa stanza non ha più nulla della stanza dell’ammalata anche se evidentemente ha conservato, forse a causa della necessità, la sua funzione multi uso per tutti i momenti della giornata. Infatti, ad apertura di quadro vediamo Don Catello, Donna Gesualda e Ferdinando che stanno provando un dramma sacro. Don Catello è in piedi, di fronte a Ferdinando, con in testa un drappo azzurro a simboleggiare il manto di Maria. E’ l’unico che non ha un copione in mano. Donna Gesualda è seduta in un canto e legge la parte che evidentemente sarà di San Giuseppe senza alcuna partecipazione e si intuisce anzi, che ha molti motivi di sorda irritazione contro gli altri due. Ferdinando è in posizione eretta di fronte a Don Catello impugnando nella sinistra un grosso vassoio a mo’ di scudo e nella destra un bastone da passeggio come fosse una spada. Ambedue recitano con molta enfasi e partecipazione anche se Ferdinando di tanto in tanto sbircia il copione che ha posato di fianco. Da fuori la luce del pomeriggio novembrino è appannata dallo scorrere di una pioggia fitta e costante.

QUARTO QUADRO
15 dicembre 1870 – La stessa scena, immersa nella penombra di un tardo pomeriggio d’inverno. In lontananza suono di zampogne e ciaramelle che eseguono la rituale novena di Natale. Dalla porta centrale entrano Clotilde e Gesualda che stanno continuando una conversazione avviata da tempo. Clotilde è agitatissima. Gesualda è terribilmente fredda.

regia Annibale Ruccello ripresa da Isa Danieli 
scene Franco Autiero
costumi Annalisa Giacci
luci Giorgio Saleri
musiche Carlo De Nonno
interpreti principali: Isa Danieli, Luisa Amatucci, Lello Serao, Adriano Mottola

In una decadente e decaduta villa della zona vesuviana, un anno prima della presa di Roma da parte dell’esercito italiano, si sono rintanate due donne. Donna Clotilde, una baronessa borbonica che, dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, vi si è rifugiata serrandosi nel letto e nel dialetto come segno di disprezzo per la nuova cultura piccolo borghese che si va affermando dopo l’unificazione, e donna Gesualda, sua compagna di «prigionia», una cugina povera che svolge presso di lei l’ambiguo ruolo di infermiera/carceriera scandendo le giornate fra pasticche, acque termali e farmaci vari. Le due donne hanno come quotidiano ospite della villa il parroco del paese, Don Catellino, un prete meschino ed ambiguo che si barcamena tra un atavico servilismo borbonico e traffici con la nuova classe politica in ascesa. Tutto sembra immoto, ormai irrimediabilmente intrasformabile, quando l’arrivo imprevisto e repentino di un giovane nipote di Donna Clotilde getterà il «classico» scompiglio nella villa. Ferdinando, di una bellezza morbosa e strisciante, riuscirà a conquistare lentamente tutti i protagonisti della storia, intrecciando promiscue relazioni con le due donne e con il prete, facendo così scoppiare tutte le contraddizioni ed i veleni sopiti sotto la polvere e le ragnatele.

Il testo si muove su diversi livelli contenutistici di cui il più evidente risulta connesso ad una riconsiderazione del processo di unificazione nazionale. Gli eventi storici vengono riletti dall’angolazione tutta privata e familiare di una vecchia classe ormai in decomposizione assumendo un senso trasversale di mutamento verso una nuova realtà ugualmente preoccupante nella sua totale assenza di valori morali.

Ma, ovviamente, non mi interessava minimamente realizzare un dramma storico. Accanto a questa lettura più palese e manifesta prende corpo l’analisi e il tentativo fotografico di messa in evidenza dei rapporti affettivi intercorrenti fra quattro persone in isolamento coatto. Gli odi, i desideri, le bramosie sessuali, le vendette, le sopraffazioni, le tenerezze, gli abbandoni, fra quattro personaggi, tutti perduti, dannati da una storia diversa per ognuno, ma sempre inclemente e perfida.

Infine c’è una chiave della vicenda di carattere più metaforico che allude ad un mutamento di valori e ad un salto generazionale e culturale molto simile a quello attualmente operante nella nostra società dove ai vecchi comportamenti e alle vecchie ideologie si vanno sostituendo nuovi modi d’azione, ancora più brutali nella loro assenza di coordinate storiche.

La forma utilizzata per narrare queste intenzioni è inizialmente quella del vecchio romanzo verista (o semplicemente realista) che lentamente si degrada in romanzo d’appendice, se non in romanzo vero. È come se da Verga o da De Roberto (ma in qualche modo anche da Mann) passassimo, senza accorgercene a Carolina Invernicio, a Collins, a Huysmans. E questo degradarsi della forma narrativa va di pari passo con il degradarsi della vicenda e dei personaggi.

Annibale Ruccello 

LA MUSICA DI FERDINANDO

Caro Annibale,

che bello! Si rifà «Ferdinando», così come lo hai voluto tu. La tenacia di Isa ce l’ha fatta e la tua opera più bella e drammatica torna sulle scene insieme ai costumi, alle scene, alle musiche con cui è nata. Già, le musiche con cui è nata. Già, le musiche… Ricordi quando me ne parlasti la prima volta? Ti rivedo illuminato dal tuo sogno di «gran cerimoniale barocco»; capii che volevi qualcosa di speciale, di importante, che non potevi essere deluso. Ho composto con grande amore il tema concertato a 4 voci, ho provato ore e ore con i giovani cantanti che senza conoscerti si entusiasmarono per il progetto, io stesso ho cantato la parte del basso, volendo «esserci» come non mai nel tuo testo, nella tua poesia.

Ricordi quando ti portai il nastro finito? Stavi in una sala prove, il Revox era montato e… non sapesti resistere: volesti ascoltare tutto e subito, con la voracità fanciullesca che ti era propria. “Se cantar mi fai d’amore…”, quando partì il tema del tenore cominciasti a misurare con i tuoi grandi passi la sala e già costruivi nella tua mente le prime immagini dell’opera, già mi guardavi raggiante, col sorriso che sapevi mi avrebbe appagato.

Sono passati venti anni, e io non riesco a pensare al «Ferdinando» di oggi come a una commemorazione: quando mai? Si commemora chi non «c’è» più, ma io continuo a vederti in ogni teatro in cui da «allora» ho lavorato, in ogni brano che compongo in ogni «chi è di scena?» che sento.

Continuo a vederti come in quella sera di venti anni fa, quando io e te (con buona parte della pletora di «amici intimi» spuntati poi come funghi) per l’ultima volta parlammo di musica e di vita.

Carlo de Nonno 

L’ARCA DEL NOCILLO DELL’ALLEANZA

Il percorso in pianta e in prospetto dello spazio scenico è alla maniera di piccolo vassoio per servire a ospiti, per niente sospettosi al riguardo, un definitivo sorso di nocillo. Ma voi sapete, qui da noi, con l’allentarsi della Controriforma, ognuno fa l’antico infuso a modo suo: chi raccoglie il mallo acerbo la vigilia di S. Giovanni, chi la notte, chi il giorno stesso e voi sapete, l’avvento non è la stessa cosa della festività. Basta un nulla e tutto cambia.
Lassù, come Napoleone nell’Apoteosi dell’Appiani nel palazzo reale di Milano, Donna Clotilde dei Lucanigro del regno dei terroni, scura nella chioma ma scintillante nello sguardo, proprio come nocillo in molato cristallo nel suo retrogusto acre e insieme zuccheroso, a noi si svela e si rivela sul vassoio.
Ma anch’ella traballa, è instabile proprio come il bicchierino scintillante o come il Napoleone di pocanzi in balia dei prezzolati reggitori.
Intanto bisogna dare il tempo necessario all’infuso di fermentare e di sedimentarsi, di depositare sul fondo le scorie salvando gli umori e le essenze per divenire, nel percorso del rigido canonizzato ricettario, nocillo o alcool o puro spirito che dir si voglia. Ma non c’è più tempo, l’ospite è già qui, è ora di venire spirito, in un modo o nell’altro, nocesse est. Dunque bere nei bicchierini molati gli amari calici.
E sia.. È l’ora!
Tutto è vero e tutto è falso insieme, proprio come Clotilde, in un viscontiano senso della falsità più daccanto alle passioni nobilmente plebee di Senso che non a quelle degli dei della Götterdämmerung nella loro precipitosa caduta.
Tra sopiti rancori e timor panico della divinità appaiono e si degradano nel loro comparire, provinciali apparati nobiliari subdolamente minati dall’ossessione cadenzata dei cembali dei lazzari furfanti che, dal di fuori, nell’attesa vendicativa di un qualche cambiamento o di un minimo turbamento negli sguardi, aspettano come gli indiani nell’assedio di forte Apache.
E la Donna… la Nobildonna asserragliata nel suo letto quasi ultima turris eburnea, essa stessa salus infirmorum di se stessa medesima, sciabola ancora pur sapendo che perduta è la guerra e non solo la battaglia.
Quattro tempi e quattro decisi colori: il bianco, il rosso, il verde e il nero, come nel tricolore negli apparati del lutto nazionale.
Poi nebbie azzurrine e vapori sulfurei intravisti dagli scuri appannati, ma la lava rappresa là fuori è ancora maleodorante di sterco e forse ce ne sarà ancora a penitenza di arcaica bestemmia che più nessuno ricorda.
Intanto il nero vulcano è ceruleo e bonario agli occhi dell’attonito viaggiatore che in queste vetuste contrade, infestate da sirene e briganti, discende.
E poi verrà l’angelo dello sterminio con le ali ancora impolverate di zolfo che, come tutti gli angeli, con le buone maniere e con la buona creanza, che a volte qui da noi, come abituale scongiuro all’anatema, si usa ancora, infrangerà l’ampolla che conteneva il patto del nocillo dell’alleanza.

Francesco Autiero 


RITRATTO DI FAMIGLIA IN UN INFERNO

Donna Clotilde, la cugina Gesualda, in mezzo il prete, in alto Ferdinando. Composto ritratto di famiglia in un interno del 1865.
Ma il dramma e l’intrigo sono in ogni piegolina, in ogni gancio, in ogni laccio dei loro vestiti.
Progressivamente la passione scompone i loro abiti: cadono le forcine, le donne diventano Parche, diventano demoni o anime sofferenti per amore come quelle del Purgatorio all’angolo del vicolo.
Ricordi viscontiani e sensazioni polverose di antichi armadi si accumulano e si confondono. Nobile e arrogante nel portamento donna Clotilde, mortificata nel vestire la cugina povera, sciatto il prete, splendente e falso l’angelo della morte.
I colori esprimono le loro stagioni in un precipitare scomposto verso il nero del lutto.
Costumi ricostruiti da foto e dipinti d’epoca ma curiosando nel particolare, entrando appunto nelle pieghe.
E poi, per loro come per me, il fare teatro: il provvisorio velo della Vergine di Don Catello, lo scudo di solido diamante e la corazzetta strappata da Gesualda alla statua di San Michele.

Annalisa Giacci 

Stagione teatrale 2005 – 2006

Lo spettacolo ha debuttato il 10 gennaio 2006 al Teatro degli Animosi di Carrara

A ISA DANIELI sono stati assegnati i seguenti premi:

Premio Teatrale Nazionale “Vittorio Gassman” Città di Lanciano quale migliore attrice protagonista per lo spettacoloFerdinando di Annibale Ruccello; la consegna ha avuto luogo il 21 maggio 2006 al Teatro Fenaroli di Lanciano;

XXXIII Premio Flaiano di Teatro “alla Carriera” consegnato il 2 luglio 2006 al Teatro D’Annunzio di Pescara;

36^ edizione del Premio Nazionale Veretium per la Prosa/Festival Teatrale di Borgio Verezzi 40^ edizione quale migliore attrice protagonista per lo spettacolo Ferdinando di Annibale Ruccello.

STAGIONE TEATRALE 2006-2007

IL CORRIERE DI FIRENZE 18 novembre 2006

Ferdinando: pagina d’arte e ingegno alla Pergola

di Marco Predieri

Vent’anni, che non hanno mutato le ragioni di un successo. “Ferdinando” di Annibale Ruccello, torna in scena alla Pergola nella sua terza edizione, che vede ancora una volta protagonista la straordinaria Isa Danieli, l’attrice per la quale l’allora giovane autore scrisse questo piccolo capolavoro di drammaturgia. Un’opera precisa, perfetta nella struttura narrativa, capace di emozionare, divertire, commuovere e scuotere, crescendo di battuta in battuta, come un pane in lievitazione, fino alla stoccata finale. Sospesa tra il privato delle mura domestiche e il pubblico di una storia patria eviscerata attraverso le personalità controverse e allusive dei protagonisti, l’azione si radica nella campagna napoletana, all’indomani della caduta del Regno di Napoli. Qui una nobildonna vive in volontaria clausura nel proprio palazzo ormai decadente. Gli arredi spartani, come le casse di famiglia, e le crepe sugli intonaci, specchio delle righe del volto, avvizzito al pari dell’antico regime di cui essa stessa è un rudere in disarmo. Alletata. Una cugina indigente a farle da cameriera, tra antichi rancori e un affetto malato, al quale le due si aggrappano per istinto di sopravvivenze. Il solo contatto col mondo è Don Catellino, sacerdote dal latino e dai costumi fin troppo facili. Un quadro granitico che l’arrivo improvviso di un nipote, bello e dalla chioma fluente, sconvolgerà per sempre. Ferdinando, emblema della modernità, di un tempo nuovo a cui soccombere, falso e sfrontato come quello sconfitto che viene a soppiantare. Anzi no, più vigliacco e strisciante, pronto a sostituire l’immoralità con l’amoralità. La bellezza del testo è qui sublimata da quella dei suoi interpreti e su tutti la signora Danieli, una lezione di umanità e talento alla quale inchinarsi. Ottima la prova di Luisa Amatucci e altrettanto valide quelle di Lello Serao e Adriano Mottola. Una pagina d’arte e d’ingegno da conservare gelosamente.


STAGIONE TEATRALE 2005-2006

ripresa in occasione dei vent’anni dalla morte dell’autore

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO – ED. BARI mercoledì 15 febbraio 2006

Un grande spettacolo ha inaugurato nel migliore dei modi la stagione teatrale del Kursaal a Bari

«Ferdinando», pericoloso angelo del male

Isa Danieli riporta inscena l’ormai classico testo di Ruccello

di Nicola Viesti

La drammaturgia italiana degli ultimi trent’anni è avara di grandi testi, figuriamoci di capolavori. Ma dopo aver rivisto al Kursaal Santalucia di Bari Ferdinando del compianto Annibale Ruccello, possiamo affermare che proprio quest’opera meriterebbe di assurgere al rango di classico del nostro teatro di fine Novecento.

Scritta vent’anni fa con la deliberata intenzione di seguire canoni veristi, Ferdinando, disegnando personaggi a tutto tondo che si stagliano in una precisa dimensione storica, è quasi un’eccezione nell’opera di Ruccello che spesso penetra negli anfratti misteriosi dell’anima svelando fantasmi e folli inquietudini. Qui i conflitti competono alla dimensione del reale e coinvolgono una nobile decaduta, Donna Clotilde, malata immaginaria ancora fedele ai Borbone quando ormai il potere è dei Savoia, la sua dama di compagnia, l’acida zitella Gesualda, e Don Catello, prete amante del Signore ma con appetiti terreni rivolti soprattutto verso i giovinetti. L’equilibrio fra i tre personaggi è pronto a deflagrare con la comparsa di Ferdinando, giovane e bellissimo nipote (o sedicente tale) di Clotilde, che, simile ad un angelo del male, seduce tutti e tutti annienta.

Al debutto l’opera fu diretta dallo stesso autore e interpretata dall’attrice a cui era dedicata, Isa Danieli. Oggi, ricordando il ventennale della prematura scomparsa di Ruccello, la Danieli ne cura il riallestimento che, al pari della scrittura, si conferma esso stesso di esemplare classicità. Una perfezione che tocca ogni componente spettacolare, dai costumi di Annalisa Giacci alle musiche di Carlo De Nonno alla bella scena di Franco Autiero. Immensa ed emozionante l’interpretazione della protagonista, prima solcata da turbinose ironie poi segnata da represse fragilità. Regge bene l’arduo confronto il cast composto da una formidabile Luisa Amatucci, legnosa e disperata Gesualda, da Lello Serao, che dona a Don Catello non solo ipocrisia ma quasi un sentore di innocenza della carne, e da Adriano Mottola, sfolgorante Arcangelo di una rappresentazione sacra e blasfema. Per la rinata stagione del Kursaal non poteva esserci miglior battesimo.


LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO – ED. BARI mercoledì 15 febbraio 2006

Ferdinando, un angelo nell’inferno domestico

di Pasquale Bellini

Testo e spettacolo «cult», caso raro nell’asfittica produzione teatrale contemporanea, almeno italiana Ferdinando di Annibale Ruccello torna a Bari nell’interpretazione di Isa Danieli. A venti anni dalla sua prima edizione (stagione 85/86) e dalla tragica morte del suo autore Ruccello, a dieci da una seconda versione nel ’96, entrambe con Isa Danieli, lo spettacolo torna con la regia originale dell’autore e nello stesso impianto scenico (Franco Autiero) in questa stagione aggiuntiva nel Kursaal Santalucia, voluta dal Teatro Pubblico e dall’assessorato alle Culture di Bari. Nelle due prime versioni, nell’86 e nel 96, Ferdinando fu a Bari presso il Teatro Abeliano.

In una decaduta villa nobiliare alle falde del Vesuvio, la baronessa Clotilde, nel rifiuto del nuovo regime e della nuova società borghese che si va affermando (siamo nel 1869, i Borboni sono stati spazzati via da Garibaldi e dai Savoia), si rifugia nel suo letto di malata. Malattia “immaginaria” quindi dell’anima, ma anche di una classe sociale e di un mondo. Assiste la nobildonna vedova, un po’ serva, un po’ infermiera, un po’ carceriera aguzzina, la cugina povera Gesualda: fra le due donne si sviluppa una trama di violenza reciproca e complicità di fondo, anche nei rapporti col prete di famiglia, l’untuoso don Catello (ruolo ricoperto da Ruccello nella prima edizione!) con la sua visita quotidiana all’inferma che consente anche la squallida tresca sessuale con la cugina zitella.

Nell’interno claustrofobico che olezza di candele, medicine, urina, fiori appassiti, lenzuola sporche e rosolio, il realismo dell’impianto drammaturgico e scenico si allontana sempre più da un «gattopardismo» viscontiano per accentuare i segnali da un inferno domestico, immanente a una condizione non più solo sociale e storica, ma intimamente umana e universale. Eppure ancora il senso da Strindberg vesuviano della commedia si modifica e travolge grazie all’irrompere, nel tranquillo tran tran di sevizia e delizia del trio Clotilde-Gesualda-Prete, del giovanissimo bellissimo Ferdinando, presunto nipote della baronessa: angelo e demonio, anzi angelo sterminatore degli equilibri faticosi e ambigui, questo Ferdinando o della seduzione. Ma la sua è una seduzione non gioiosa, anzi lividamente mortale che travolgerà la zia-baronessa in un’ultima illusione di vitalismo erotico, la zitella Gesualda e la sua arida sessualità muscolare e viscerale, infine anche il prete Catello, omosessuale non più mascherato dalla tonaca.

Un crescendo di pulsioni e conflitti in grado anche di reggere, verso il finale, la trama da feullieton popolare alla Invernizio con cui lo spettacolo scandisce e traveste la distruzione delle illusioni storico-politiche, della speranza di felicità individuale, della vita stessa.

Lo spettacolo, in una traiettoria scenico-visiva fatta anche di colori (dai bianchi ai rosso-verdi, fino ai neri, tra decor da Ottocento napoletano) vede esaltata la finezza del testo nella centralità assoluta di Isa Danieli, semplicemente perfetta, tra la corposità linguistica e comunicativa della tradizione eduardiana (peraltro ben presente nel testo) fatta di totale adesione al vitalismo scenico del personaggio della Baronessa, in tutta la prima parte ben ricca di ironia e comicità «napoletane» e nella seconda capace di sfiorare con la tragedia il senso di un grande personaggio femminile nelle pieghe dolorose della sconfitta. Perfettamente adeguato, nella speculare complementarità del testo al carattere teatrale il bel lavoro di Luisa Amatucci su Gesualda, sulla sua durezza, sulla sua calcolata sessualità sotto il grigiore della veste e dell’anima. Da Lello Serao opportuni tratti di realismo, nel gesto e nel tono psicologico, al complicato prete Catello, col senso finale di un’autodistruzione per l’amore e per l’assoluto. Tocca poi ad Adriano Mottola dare immagine, voce e ambigua seduttività al Ferdinando arcangelo e demonio, in effetti annunziatore di un mondo nuovo (per la Baronessa? per noi?) capace di travolgere le esistenze con logica cieca e implacabile.

Applausi scroscianti al Santalucia e chiamate numerose per Isa Danieli, per i compagni di scena del più che bello spettacolo.


IL QUOTIDIANO – COSENZA domenica 19 febbraio 2006

Al Rendano il “Ferdinando”

di Pia Tucci

La Napoli dell’immediato dopoguerra secondo Eduardo ha aperto la stagione di prosa del Rendano. Che ora prosegue con un altro immaginario spaccato di vita partenopea, ancora in un momento storico di crisi. È la fase di passaggio in cui è ambientato pure il celebre “Gattopardo”. Rispetto al romanzo, siamo un decennio più avanti: i personaggi di “Ferdinando” di Annibale Ruccello agiscono intorno al 1870. Sono calati nella nuova dimensione politica, l’unità di Italia. Seppure controvoglia. Donna Clotilde (interpretata da Isa Danieli), è una esponente dell’antica nobiltà borbonica che sotto il re piemontese non vuole proprio starci. Decide di adottare una personale forma di resistenza. Si abbarbica con tutte le forze al napoletano, emblema e baluardo di un passato glorioso. Si rifiuta di parlare l’italiano, la lingua dei nuovi potenti che considera usurpatori. E si isola in una villa fuori città insieme a Gesualda (Luisa Amatucci), cugina povera che le fa da governante. Le giornate scorrono lente in un’atmosfera di decadenza biologica e sociopolitica, di fine individuale e collettiva. Porta un relativo conforto alle due donne la visita quotidiana del parroco don Catellino (Lello Serao), uomo ambiguo che si barcamena fra servilismo ai nobili borbonici e opportunistiche frequentazioni borghesi.

La baronessa è inacidita dall’assottigliarsi del patrimonio e dalla consapevolezza di aver perso dei privilegi. È avida e cattiva senza ritegno, ma anche caratterizzata da una disarmante sincerità. Si riprende da tutti i suoi malesseri in seguito all’arrivo del nipote Ferdinando (Adriano Mottola). Il ragazzo, un misto di bellezza, sensualità e finto candore, intreccia relazioni con le due donne. E anche con il prete, del quale non costituisce l’unico “peccato”. Quando ciò viene svelato, con il crudo realismo della scrittura di Ruccello, un gelido imbarazzo avvolge la platea: tutti colgono il richiamo all’attualità.

Isa Danieli impersona Clotilde con straordinaria vividezza. Alla abilità professionale consolidata, l’attrice napoletana affianca un valore aggiunto: la conoscenza diretta dell’autore. Ruccello, drammaturgo, regista e attore morto a trenta anni, considerato una delle voci più interessanti del teatro italiano contemporaneo, scrisse l’opera per lei. In occasione del ventennale della scomparsa, Isa Danieli riprende il lavoro – il più apprezzato della produzione dell’autore – come lui lo volle, secondo la sua propria regia e con i collaboratori di allora, Franco Autiero per le scene, Annalisa Giacci per i costumi e Carlo De Nonno per le musiche. Il testo è di quelli che lasciano il segno. Per l’equilibrio di elementi comici e drammatici, per l’intreccio solido e sorprendente, per il linguaggio, un melange di italiano e dialetto napoletano utile ad alternare elementi colti e popolari.


IL TEMPO giovedì 2 marzo 2006

«Ferdinando» conquista il Quirino

A vent’anni dalla prematura scomparsa del drammaturgo partenopeo Annibale Ruccello, i suoi testi confermano la gravità della sua perdita per la nostra cultura scenica, soprattutto quando sono affidati ad attori che l’hanno conosciuto e amato tanto da voler mantenere sempre viva la sua memoria. Il successo incredibile di pubblico e la trascinante partecipazione emotiva dimostrata al Quirino per il suo capolavoro «Ferdinando», che Isa Danieli incarna con sempre crescente consapevolezza e maturità fin dal debutto del 1986, quando recitò nei panni di Clotilde diretta dall’autore che riservava per sé la parte di Don Catellino, testimoniano la forza comunicativa del teatro di alta qualità professionale e artistica a dispetto delle crisi vere e presunte. La vicenda della baronessa borbonica che consuma i suoi giorni dandosi malata per non assistere al disfacimento del suo mondo ad opera dei reali piemontesi supera la dimensione di spaccato storico e sociale per dirigersi verso una ben più profonda indagine delle dinamiche relazionali e dei perturbanti meccanismi psichici. Una scrittura energica e sublime, che difende la purezza del dialetto dalla convenzionalità pericolosa di una lingua unificata come l’italiano e trasforma ogni parola in poesia, sorregge una macchina scenica perfetta determinata dall’arrivo improvviso di un ospite destabilizzante che finge di essere il nipote della padrona di casa rimasto senza parenti. Il suo comportamento sconvolge il già precario equilibrio del terzetto formato dall’aristocratica dal discusso passato, dalla sua cugina povera Gesualda, ridotta a mansioni da domestica, e dal mellifluo parroco di cui si scopriranno inclinazioni ben lontane dalla spiritualità. Isa Danieli regala a questo suo cavallo di battaglia la grinta indefessa di un’interprete sincera e appassionata, vigorosa e duttile, graffiante e dolente come soltanto chi ha ormai trasformato la tecnica sapiente in pura arte può dimostrarsi. L’indomita figura femminile che non esita a mortificare tutti per poi lasciarsi abbindolare da un giovane ambiguo e interessato a ciò che rimane dei suoi beni diventa un personaggio intramontabile, un’icona teatrale degna di competere con le protagoniste di Eduardo. Sua degna compagna di scontri e complicità è la magnifica Gesualda di Luisa Amatucci che riscatta le sue attitudini servili di zitella mortificata con un piano fatale nei riguardi del viscido prete che l’ha corrotta e sacrificata ai suoi piaceri, ben restituito dall’abile Lello Serao. Convince infine l’efebica e traditrice bellezza del Ferdinando di Adriano Mottola, smascherato troppo tardi come un vile impostore.


IL MESSAGGERO mercoledì 8 marzo 2006

“Ferdinando” non può morire

Isa Danieli reinterpreta il dramma scritto per lei da Annibale Ruccello

di Rita Sala

Nove anni dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie: 1870. In una villa vetusta, ai piedi del Vesuvio, vive Donna Clotilde, baronessa borbonica che non accetta, anzi, disprezza la borghesia iperattiva che si va affermando nel Paese. Donna Gesualda, la solita cugina povera, svolge presso di lei la doppia funzione di infermiera e carceriera. Don Catello, il parroco, ospite fisso è la statica figura che tiene loro compagnia, pur senza creare alcun dinamismo. A turbare tanta fissità arriva Ferdinando, nipote di Donna Clotilde, un giovane bello, ambiguo, dotato di un carisma malato che polverizza le abitudini e mette a nudo le pulsioni. Catalizzatore dannato, porterà alla fine la metaforica esistenza della dimora e dei suoi abitanti.

«Non mi interessava minimamente realizzare un dramma storico, quanto, invece, evidenziare i rapporti affettivi intercorrenti fra quattro persone in isolamento coatto. Gli odi, i desideri, le bramosie sessuali, le vendette, le sopraffazioni, le tenerezze, gli abbandoni, fra personaggi, tutti perduti, dannati da una storia diversa per ognuno, ma sempre inclemente e perfida». Annibale Ruccello, drammaturgo, regista e attore napoletano, morto vent’anni fa, descrisse così le finalità di questo suo dramma (“Ferdinando”) composto di getto, in soli venti giorni, “addosso” e per Isa Danieli. La quale, in omaggio all’artista scomparso, lo ha ripreso quest’anno come già in occasione del decennale. La regia è la stessa di Ruccello.

In scena al Quirino di Roma fino a domenica 12, lo spettacolo è una dimostrazione d’amore, di attaccamento alla propria cultura e di vitalità della lingua napoletana. Nonché, ovviamente, una prova d’attrice che la Isa, prima interprete di questo testo (il debutto assoluto fu il 28 febbraio 1986) e sua custode indiscussa, riesce comunque e sempre a innovare, indipendentemente dalle riedizioni, dalle repliche, dai luoghi, dai pubblici.

Donna Clotilde è ormai un classico. Le sue ansie profonde, la sua anima fragile e sboccata, che non si nega al martirio quotidiano, ma nemmeno a passioni assurde, fiorisce nell’interpretazione come l’ispirazione schietta dell’autore. E non si pensa mai, da spettatori, alle nobili ascendenze siciliane della piéce (dal Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ai Vicerè di Federico De Roberto). Ci si concede piuttosto di vivere, assieme ad Isa, il mai mutato cuore della Napoli ipocondriaca e rischiosa che tanto piaceva a Ruccello.


IL GIORNALE – ED. ROMA mercoledì 8 marzo 2006

Ruccello fa di Napoli una felice «terra desolata»

Isa Danieli regala una splendida interpretazione del personaggio di Donna Clotilde, la nobildonna decaduta protagonista del dramma «Ferdinando»

di Laura Novelli

Ogni nuovo allestimento dedicato alle opere di Annibale Ruccello, straordinario drammaturgo partenopeo scomparso nell’86 a soli trentun anni, ribadisce la forza della sua presenza nel teatro italiano contemporaneo acuendo il vuoto incolmabile che la sua morte ci ha lasciato. […] Isa Danieli regala tutta se stessa al pubblico del Quirino, tornando ad affrontare (è la quarta volta) un capolavoro indiscusso come Ferdinando e un personaggio splendido come Donna Clotilde Lucanigro. Va subito detto che lo spettacolo è un evento da non perdere. Riproponendo il disegno registico che del testo fece lo stesso autore nell’85, la Danieli si fa carico qui di interpretare con sublime maestria una nobildonna scontrosa e ipocondriaca che – siamo a Napoli, subito dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie e l’unificazione – si ritira in una villa sul Vesuvio per non assistere al cambiamento epocale ormai in atto.

Ci appare così: seduta su un letto rigonfio di cuscini, i riccioli mori sciolti sulle spalle, la camicia da notte bianca, la voce lamentosa impastata di un napoletano musicale e aggressivo. Accanto a lei c’è la giovane cugina Gesualda (la brava Luisa Amatucci), una parente povera e «zitella» che Clotilde tratta come una serva-infermiera contro cui rovesciare tutto l’odio, l’astio, il rancore che cova dentro. Recitano il rosario.

E il ritmo cadenzato della loro litania evoca cerimonie senza tempo che ben introducono i motivi liturgici, la tradizione culturale, l’impianto barocco (enfatizzato da musica e scenografia) e l’acre senso di disfacimento presenti nell’opera. Non per niente la terza «figura deportata» (secondo la definizione che Ruccello dava dei suoi personaggi) di questa waste land da cui usciranno tutti perdenti è un prete imbroglione e opportunista, Don Catellino (Lello Serao), che frequenta la villa e si porta a letto Gesualda solo per interesse. Dunque, nel testo, si evidenziano sin da subito diversi livelli interpretativi: quello linguistico-dialettale, che dà reale sostanza ai personaggi (basti considerare il grottesco vigore con cui la Danieli padroneggia le battute); quello politico, imbastito sul contrasto tra i Borbone e i Savoia; quello letterario, con suggestioni che ci portano a Proust, Mann, Verga, Tomasi di Lampedusa, Genet, Pisolini; quello antropologico e religioso, che chiama in causa il background personale del drammaturgo e i suoi appassionati studi universitari. Ma, prima di ogni cosa, la situazione coercitiva e conflittuale descritta da Ruccello mette in atto una complessa dinamica di relazioni (dis)umane all’interno della quale è inutile cercare di definire chi sia il carnefice e chi la vittima. La bilancia del massacro psicologico ed emotivo resterà infatti indecifrabile fin quando, in questo mondo appartato e già decaduto, non arriverà la bellezza di Ferdinando, l’affascinante «nipote» di Clotilde che, interpretato da Adriano Mottola con accenti un po’ troppo acerbi, farà innamorare di sé la zia (improvvisamente rinsavita), la cupa Gesualda e il prete, portando alla rottura definitiva di ogni argine etico (ci sarà spazio persino per un omicidio), sconvolgendo alla radice il già precario assetto dei sentimenti e edificando un’inquietante architettura di beffarde menzogne: l’angelo biondo è infatti solo un diavolo impostore che, come recita l’emblematica battuta finale di Clotilde/Danieli: «non si chiama neppure Ferdinando».


NOI DONNE maggio 2006

Mensile di politica, cultura, attualità fondato nel 1944

Ferdinando, o Ferdinando

di Mirella Caveggia

Sembra più sbiadito il teatro che si è visto finora e meno promettente quello che si incontrerà dopo che si è stati abbagliati dal fulgore drammatico di Ferdinando. Autore di questo capolavoro beffardo, tragico e divertente è il napoletano Annibale Ruccello, che un incidente mortale ha sottratto venti anni fa alla cultura italiana. Lo scrittore aveva solo trentanove anni, aveva appena messo in scena questo dramma concepito su misura per Isa Danieli. Oggi nel ventennale della scomparsa, l’attrice insieme a tre valenti interpreti lo riporta sotto i riflettori per la terza volta con la stessa regia di allora, curata dall’autore (produzione degli Ipocriti).

All’alzarsi del sipario si spande già un’atmosfera densa e pregnante. Siamo nel 1870, all’indomani dell’unità d’Italia, nella stanza di un’antica villa vesuviana, dove il calore e la luce del sole esterno e la gioia della vita sono respinti da pesanti persiane. Fra gli arredi e le cortine si attardano i segni di un’antica nobiltà in inesorabile disfacimento. Dentro un letto gremito di cuscini è affondata la protagonista, Donna Clotilde Lucanigro, una matura dama dall’umore aspro e pungente, carica di astio verso tutti e tutto, che ha deciso di non lasciare più le coltri di buon lino per protesta ai cambiamenti apportati dall’unità d’Italia. Per sostenersi si nutre della propria ipocondria, di mugugni e di pettegolezzo (“una d’ ’e poche cose ca veramente riesceno a te fa’ campa’”). Si sfoga sempre in napoletano, la sola lingua che ha nelle viscere e in bocca contro l’odiato italiano (“na lengua straniera, barbara, senza sapore e senza storia”). Attorno a lei si aggira indaffarata, china in servile ubbidienza la cugina povera Gesualda, ingrigita, senza età e senza reazioni. L’arrivo di un giovane parente orfano dotato di una bellezza da cherubino e di una disinvoltura rispettosa e scanzonata, porta negli ambienti in odor di naftalina una folata che intacca la fossilizzazione. È immediata l’attrazione che Ferdinando, così si chiama l’adolescente, esercita sulle sue donne e sul prete che visita quotidianamente la signora e ne sopporta cristianamente gli improperi. E qui cominciano gli scompigli. Le vicende storiche, evocate con distorsioni divertenti dalla baronessa, si intrecciano con quelle private sconvolte dal nuovo ospite della residenza ammuffita. Sono storie insospettate, dissimulate, tinte di ambiguità e ribollenti di passioni che si ingarbugliano in una fantastica progressione fino a esplodere prima di un epilogo screziato di giallo e del tutto inatteso.

Lo spettacolo è da vedere assolutamente, perché è il trionfo del teatro puro, il più autentico, quello che nel talento napoletano trova la più festosa accoglienza. Tutto è perfetto in questa esperienza teatrale: il testo, di una bellezza e di un divertimento che on si incontrano più, la scenografia che rende con precisione calligrafica l’ambiente gattopardesco, gonfio di orgoglio anacronistico, invaso da una penombra appesantita dal rancore, dall’ipocrisia e da vizi inconfessabili. Sono poi un prodigio le recitazioni dei quattro attori. Isa Danieli, magistrale in questo ruolo così ben ricamato e in aderenza al suo temperamento, esibisce con naturalezza impressionante capriccio, invidia, perfidia, una bizzarra sensualità e rari, impagabili bagliori di antiche tenerezze. Ma è una delizia anche la risposta degli altri attori, stretti intorno a lei in pieno affiatamento: Luisa Amatucci, la parente appassita, Lello Serao nel ruolo del prete, il giovane Adriano Mottola, il piccolo malandrino.


www.recensito.net – teatro – visti da noi 4 maggio 2006

Riso amaro e applausi per “Ferdinando” al Teatro Studio di Milano

di Adele Labbate

Dopo aver aperto la stagione teatrale con “Il ritorno della vecchia signora”, la matura attrice partenopea Isa Danieli si cimenta in un testo di Annibale Ruccello, giovane drammaturgo napoletano scomparso appena trentenne in un incidente d’auto alla metà degli anni ’80. Lo spettacolo “Ferdinando” pensato come una dedica al regista scomparso dà voce al mondo visionario di una baronessa borbonica (Isa Danieli) che alla caduta del Regno delle Due Sicilie si rifugia in una villa della zona vesuviana, scegliendo l’isolamento come segno di disprezzo per la nuova cultura piccolo borghese che si va affermando dopo l’unificazione d’Italia. A condividere con lei una vita fatta di farmaci e malattie, una parente povera, la cugina Gesualda e il parroco del paese Don Catellino, personaggio ambiguo invischiato in certe questioni amorose. In una vita in cui tutto sembra monotono, irrompe la presenza e la fulgida bellezza del giovane Ferdinando, nipote della baronessa Clotilde. L’arrivo del giovane arrecherà scompiglio svelando scomode verità che porteranno i protagonisti della vicenda ad un inesorabile declino della decenza, del comune senso del pudore e della morale. Tra risa di gioia, tresche amorose, trovate gergali esilaranti, “Ferdinando” non ha la pretesa di essere un testo inteso come mera rappresentazione di un dramma storico quanto piuttosto analisi lucida delle relazioni che intercorrono tra i quattro protagonisti visti come in una sorta di splendido isolamento. Ruccello dal suo punto di vista sembra voler condannare i suoi personaggi, ma non nasconderli, tutti accomunati dal sentimento della vendetta, quella vendetta che inesorabilmente li condurrà all’autodistruzione. In atmosfere dal sapore di romanzo storico, si procede verso un romanzo dei giorni nostri, una pagina di cronaca dei quotidiani. Parallelamente al mutamento del genere narrativo lo spettatore assiste al deteriorarsi dell’esistenza dei protagonisti. In questo senso “Ferdinando” rappresenta un testo equilibrato, un’operazione stilistica ben riuscita, in cui forma e contenuto convivono in perfetta sintonia. Magistrale l’interpretazione della Danieli che ancora una volta regala al pubblico milanese una delle sue migliori interpretazioni. Forse a rendere l’interpretazione particolarmente intensa è l’origine stessa dell’attrice, che facendo perno sull’ottima padronanza del dialetto campano, dà vita, in parte, ad un romanzo verista animato.


LA REPUBBLICA ED. MILANO 5 maggio 2006

Straripante Isa Danieli nel testo di Ruccello allo Studio 

Il trionfo di Ferdinando in una Napoli “torinese”

di Franco Quadri

Capita di rado in teatro che uno spettacolo venga riproposto a grandi distanze di tempo e si ripresenti intatto. È il caso di Ferdinando, il capolavoro di Annibale Ruccello, che andò in scena nel febbraio 1986. L’autore trentenne, anche regista e interprete del personaggio del titolo, scomparve nel settembre dello stesso anno, ma l’attrice per cui la piéce era stata scritta, la straordinaria Isa Danieli, ne ha ripreseo l’allestimento a cadenze decennali, con le stesse musiche di Carlo De Nonno e le scene di Franco Autiero che mutano nei quattro tempi le tonalità di fondo, sfogliando volta a volta i colori della nostra bandiera per chiudere col nero del lutto.E la commedia continua a giostrare gli stati d’animo, dal comico al drammatico, in una cavalcata di generi che parte da un impianto verghiano colorito da omaggi linguistici a Viviani, amplifica il suo sguardo teatrale attraverso le prove di una recita che si rifà alla natalizia Cantata dei pastori, inclina verso il melò per approdare dalle parti di Carolina Invernicio. Ma il godurioso potpourri non rinuncia mai a disegnare un’immagine della nostra storia patria, un quadro beffardo radicato in un Ottocento postborbonico che peraltro ci riporta all’Italietta di oggi, anche se la scrittura risale a vent’anni fa. La grande trovata di partenza consiste nell’assunzione della lingua a parametro di una società in mutazione. Nel suo letto di finta malata, la straripante Clotilde di Isa Danieli riversa sulla parente povera che l’assiste il vortice del suo idioma partenopeo vissuto in forma di resistenza all’italiano imposto dai successi delle armate sabaude. E la trama dell’invasore si attua in concreto attraverso l’intrusione al suo fianco di Ferdinando, finto nipote dai biondi riccioli normanni ma in realtà esponente della nuova borghesia, il quale, come l’angelo di Teorema, seduce le due donne e anche il parroco, prima di avventarsi con una maschera d’angelo guerriero sulla storica cassetta del tesoro. Grande spettacolo e lezione di teatro di Isa Danieli che passa attraverso i generi con maestosa naturalezza in toccante unisono con Luisa Amatucci, Lello Serao e Adriano Mottola sotto una pioggia ininterrotta di applausi.


LA PROVINCIA PAVESE 5 maggio 2006

“Ferdinando”: la liturgia della seduzione secondo il genio di Annibale Ruccello

di f.cor.

Scegliendo il 1870 come anno di svolgimento di una commedia – “Ferdinando”- sulla disgregazione dell’aristocrazia meridionale, Annibale Ruccello modula un testo esemplare mosso tra romanzo, melodramma, feuilleton, sceneggiata, che ha i suoi punti di forza nella partitura linguistica, con il suo efficace contrappunto fra un napoletano saporoso, colto, fiammeggiante ed un italiano ironicamente senza vita, e in una scrittura, che tra scatti e sberleffi, parodia e grottesco, ascendenza e rinvii eterogenei, non si nega al piacere dei colpi di scena e a squarci di comicità. Dentro un quadro storicamente tardo barocco che però s’infuoca d’inquietudini, umori, pulsioni, lampi contemporanei, emerge la figura di una baronessa napoletana decaduta, ma non doma, che non accetta l’avvento dei “barbari” piemontesi e per protesta o pigrizia, o tutte e due le cose insieme, non lascia da anni il letto, fingendosi malata e tiranneggiando una cugina povera che le fa da serva e un prete corrotto e peccaminoso che frequenta assiduamente la casa. A sconvolgere questo piccolo ondo in morboso equilibrio arriva un bellissimo arcangelo della vita e della morte nei panni di un cugino della baronessa, di cui tutti s’innamorano. Si accendono passioni e ardori, si scatenano istinti inibiti, menzogne, intrighi, nuovi peccati, scontri feroci. Alla fine si scopre che il ragazzo è un impostore, non si chiama Ferdinando come un Borbone, ma Filiberto come un Savoia, e il suo scopo era di impadronirsi dell’eredità della nobildonna.

Un’opera di singolare originalità e di non comune talento, ed uno spettacolo di rara raffinatezza, a cominciare dalla scena viscontiana di Francesco Autiero tutta preziosità d’epoca, per porseguire con le screziate musiche di Carlo De Nonno e la densità di un’Isa Danieli, che da un lato, riprendendo la regia dello stesso Ruccello, dirige con mano rapida e sicura una rappresentazione dall’ottima tenuta, e dall’altro la contrassegna con il suo superbo temperamento d’attrice, al bravura estroversa ed esibita, la varietà d’effetti messi a punto per affilare di falsi bbandoni, malinconia, protervia, gelosia Donna Clotilde. Splendida Luisa Amatucci, tesa e isterica Gesualda; fervido Lello Serao, viscido e ambiguo Don Catello; valido Adriano Mottola, il seduttore senza scrupoli Ferdinando.


AVVENIRE 7 maggio 2006

Isa Danieli porta a teatro il genio di Ruccello

di Luca Doninelli

Chi ama il teatro non può assistere a Ferdinando senza sentirsi il cuore grosso per la morte, a soli trent’anni, di Annibale Ruccello, il maggior talento della drammaturgia italiana dopo la morte di Eduardo. E non si può non restare sbalorditi nell’ammirare l’equilibrio formale, al sicurezza nella scultura dei personaggi, la fluidità della vicenda, la non pretestuosità e l’acutezza di pensiero di un testo come questo, scritto da un poco più che ragazzo. Siamo nel Napoletano, poco dopo l’unità d’Italia. Donna Clotilde, ex popolanoa vedova di un nobile di sicura fede borbonica, e maggiorente della sua cittadina, riceve la notizia che il giovane Ferdinando, figlio di lontani parenti di Mondragone, recentemente deceduti, viene affidato a lei in quanto parente prossima.

Il giovane si presenta con l’aspetto di un angelo melanconico. Se ne innamorano un po’ tutti, da Clotilde alla cugina-serva Gesualda all’equivoco prete don Catello. Ma il giovane è tutt’altro che ingenuo e sfrutta il suo fascino per divertirsi alle spalle del misero terzetto. E, tra parentesi, non è neanche Ferdinando…

Questo capolavoro stratificato – leggibile come pura vicenda spassosa ma anche come metafora politica e, più sottilmente, come confessione intima (il tema dell’omosessualità viene toccato due volte, con diversi accenti) – si presenta sotto la tutela di colei che fin da principio rivestì il ruolo della protagonista: Isa Danieli, qui in una performance comico-silfirea di enorme effetto. Bravissimi anche i comprimari, Luisa Amatucci, Adriano Mottola, Lello Serao.


CORRIERE DELLA SERA – ED. MILANO 8 maggio 2006

Prova straordinaria per Isa Danieli caparbia baronessa

di Magda Poli

Uno spettacolo «Ferdinando» che è un cult, riproposto, a vent’anni dalla morte dell’autore Annibale Ruccello, con la sua regia ripresa da Isa Danieli che ne è anche la straordinaria protagonista, le scene sono di Franco Autiero e i costumi di Annalisa Giacci. Uno spettacolo che rivela sempre nuove sfaccettature, in bilico com’è fra realismo critico e allegorismo, un denso ritratto di una società e di un periodo storico, di una forza e vivezza che solo il grande teatro sa restituire. Siamo nel 1860 e una baronessa napoletana che non accetta l’avvento dei «barbari» piemontesi, ma che ha anche qualche scheletro nell’armadio, si rinchiude in una caparbia solitudine, condivisa solo con una cugina povera che le fa da serva, interrotta a tratti dalle visite di un prete corrotto, amante della cugina. A sconvolgere questo piccolo mondo mediocre e protervo, carico di tensioni e cattiverie, rancori e sogni frantumati, arriva come dal cielo un giovane e bellissimo cugino della protagonista, invasore opportunista di cui tutti, prete compreso, finiscono con l’innamorarsi, anche perché il ragazzo fa di tutto perché ciò avvenga. Ma alla fine si scopre che è soltanto un impostore, il cui scopo è quello di impadronirsi dell’eredità della baronessa. Un po’ gattopardesco, un po’ pasoliniano, con una ottima, raffinata partitura linguistica che spazia da un dialetto napoletano vivissimo a un italiano inerte, «Ferdinando», che si muove tra dramma, colorita commedia e melodramma, è immerso dalla regia in un clima cupo da «scuri chiusi» al riparo dei quali si consumano piccole nefandezze, turpitudini e debolezze dell’anima che affiorano in personaggi tutti ben disegnati.

Notevole la prova di Isa Danieli di una naturalezza splendidamente intensa e di rara incisività, bravi tutti gli interpreti da Luisa Amatucci, una «cugina povera» gonfia di desideri e di rancori, a Lello Serao, un prete travagliato quanto untuoso, al giovane Adriano Mottola.


ESTRATTI RASSEGNA STAMPA

1° ripresa stagione teatrale 1996/97 (a distanza di dieci anni dalla morte dell’autore)

La Nazione – Luciana Libero “Ferdinando sempre giovane”

gennaio 1996

..questo testo è uno dei pochi classici contemporanei italiani; che il suo allestimento merita accoglienza nei migliori teatri della penisola. E non solo perché la morte di Annibale Ruccello ancora brucia e ferisce; ma perché un paese che si rispetti dovrebbe amare uno dei suoi più importanti drammaturghi e tutelare un testo capolavoro che a dieci anni di distanza commuove ed entusiasma per la sua insuperata bellezza…

… e ha recitato con ancora più rara maestria in un ruolo che fu scritto apposta per lei, con rinnovato fervore, con un grandissimo amore per l’amico scomparso, per la sua meravigliosa opera. Uno spettacolo indimenticabile che consigliamo assolutamente di non perdere.

Corriere della Sera – Giovanni Raboni “Sedotti dall’impostore borghese”

gennaio 1996

….a 11 anni dalla prima rappresentazione, a 10 dalla precocissima morte dell’autore, Isa Danieli ripropone uno dei pochi testi «di culto» del teatro italiano contemporaneo, Ferdinando di Annibale Ruccello, riallestendone la messa in scena diretta a suo tempo dallo stesso Ruccello. L’operazione è opportuna, sia perché ci dà l’occasione di rivedere la Danieli in una delle sue interpretazioni più perfette, sia perché la nuova drammaturgia italiana ha bisogno di farsi una storia e anche, dunque, di coltivare i propri miti.

….l’ottima tenuta della partitura linguistica, con il suo efficace contrappunto tra un napoletano vero sino allo spasimo e un italiano senza vita; e resta la qualità di uno spettacolo cui conferiscono compattezza e spessore le musica da cantata profana di Carlo De Nonno, le belle scene di Franco Autiero, i precisi costumi di Annalisa Giacci e l’eccellente prova della Danieli.

L’Unità/Aggeo Savioli “Ferdinando nel segno di Visconti”

gennaio 1996

Affidato alle mani capaci e generose di Isa Danieli che ne fu allora protagonista, e che ha intelligentemente ricalcato la linea registica dettata dallo stesso Ruccello, il testo si è confermato vivo e splendente, nella sua articolazione drammatica, nella densità dei temi e dei problemi che affronta o suggerisce, nella ricchezza espressiva di un dialetto, che ne costituisce, insieme, l’anima e il corpo…….

….ma forte è il timbro di originalità d’un dramma che non esclude risvolti grotteschi e comici, incalzante la sua progressione, inquietante il parallelismo che vi si avverte (oggi forse più di ieri) fra due epoche contrassegnate dal dominio del cinismo, dall’avidità dei beni materiale, della volgarità.

…Trionfalmente accolto dal pubblico fiorentino, che ha mostrato di comprendere benissimo un testo scritto in altra lingua……Con la speranza che altre città, altri teatri gli aprano le porte.

La Repubblica – Franco Quadri “La baronessa e il finto nipote”

marzo 1996

Per essere una grande attrice non basta recitar bene e far figura, come troppo facilmente si pensa; oltre alla tecnica e al magnetismo ci vuole la coscienza morale del proprio lavoro e la forza di affermarlo, anche controcorrente. Guardate Isa Danieli, superbo temperamento e sensibilità finissima: ne ha masticato di palcoscenico e da quando, ragazza, negli Anni ’50, sotto il magistero di Eduardo s’impratichiva in una rassegna di figlie e servette; ora impone a spallate il repertorio che le importa……..

Il messaggio della commedia è contenuto nel napoletano ottocentesco al quale la baronessa borbonica di Lucanigro, filologicamente schierata con l’autore a difesa di una cultura, s’arrocca in una cadente casa di campagna, in segno di resistenza contro il nascente regno d’Italia………

Tornando dai panni della restauratrice dall’affettuoso rigore a quelli dell’interprete, Isa Danieli è una splendida leonessa sorniona, sempre armata di micidiale malizia, che riscopre via via la propria femminilità, ma non perde………..

La Repubblica (Napoli) Giulio Baffi “I vizi e le virtù di re Ferdinando”

aprile 1996

….Ruccello stesso lo definì «cerimoniale barocco» sottolineando la sua fatica linguistica e fantastica tesa ad una lettura critica quanto mai moderna dei sentimenti giocati….. Operazione rischiosa ma assolutamente vincente….. Rischiosa perché spesso certi spettacoli invecchiano ed hanno bisogno di nuove ipotesi di lettura che ne ridia loro smalto o ne scopra valenze impensate. Non è così per questo Ferdinando…..

La Gazzetta del Mezzogiorno/ Pasquale Bellini “ Dramma vesuviano”

dicembre 1996

Lo spettacolo, in una traiettoria scenico-visiva fatta anche di colori, vede esaltate le finezze del testo nella centralità, anche attoriale, di Isa Danieli che è semplicemente perfetta, tra la corposità linguistica e comunicativa della tradizione eduardiana fatta di totale adesione al sostanziale vitalismo scenico del personaggio della Baronessa, in tutta la prima parte ben ricco di ironie e comicità «napoletana», nella seconda capace di sfiorare con la tragedia il senso di un grande personaggio femminile, nelle pieghe dolorose della sconfitta.

Teatro/ Parma -Paola Varesi “Sotto il segno della passione”

febbraio 1997

Il Ferdinando è un lavoro di una bellezza e di un’attualità straordinari; anche per il linguaggio, per la musicalità del parlato, e dei tanti monologhi che donna Clotilde recita nella “sua” lingua, il napoletano ottocentesco, altro modo per lei di negare la nuova era.

D’altra parte, il problema della lingua, di una lingua rinnovata, come parte fondante della rinascita della drammaturgia, era ben presente ad Annibale Ruccello, che nelle sue opere guarda al dialetto non come a un recupero del teatro di tradizione, ma come ad uno straordinario strumento di svecchiamento del testo e della scrittura teatrale, secondo le esigenze che si andavano tracciando negli anni ottanta……… Così la “cocciutaggine” dialettale di donna Clotilde, prima ancora che dato storico e psicologia del personaggio, è “straordinario e vivo” insieme di suoni, di ritmi, di cadenze musicali che arrivano dritte al pubblico; il quale ne sa cogliere tutte le sottigliezze, tutte le sfumature senza esitazioni e paradossalmente più al Nord che al Sud: un vero miracolo.

Gazzetta di Reggio – Ludovico Parenti “Il biondo Ferdinando ha fatto innamorare Clotilde e Gesualdina”

1 marzo 1997

Il testo è sempre bellissimo, saporoso, in una lingua che dà carne ai personaggi. Giocato su tempi giustamente lenti, ma non grevi, lo spettacolo ha avuto in Isa Danieli una grande interprete, davvero impressionante per la sostanziale magnifica plasticità fisica e vocale con cui ha reso donna Clotilde.

Segue, inoltre, un bellissimo omaggio che Ruggero Cappuccio fece ad Annibale Ruccello ed a Isa Danieli chiedendo ospitalità sul giornale cittadino “Il Giornale di Napoli”.

Il Giornale di Napoli – Ruggero Cappuccio “Balbuzie di regime”

febbraio 1996

Un testo straordinario, un’attrice straordinaria, uno spettacolo da non perdere, per quelli che la Teatro pensano come al luogo eletto della menzogna, della follia, dell’arte della follia. Uno spettacolo da perdere, invece, per quelli che al Teatro fanno la palude marcescente della mondanità, dell’abbonamento economico e mentale. Uno spettacolo da non perdere, per chi quando pensa al Teatro è in grado di sottintendere solo ed esclusivamente il Teatro. Uno spettacolo da perdere per chi, pensando al Teatro, allude all’uso che se ne può fare: uso commerciale, uso distributivo, uso sbigliettamento.

Quelli che hanno fatto della loro vita teatrale un cenotafio in cui stranamente danza l’olezzo di un machiavellico fine che giustifica i mezzi, li preghiamo vivamente di non andare a vedere «Ferdinando», di Annibale Ruccello, interpretato da Isa Danieli, in scena alla Cometa di Roma.

«Ferdinando» non è soltanto un testo di rarissima bellezza; è anche, in special modo la quintessenza della libertà espressiva di un autore, dei suoi attori, della sua città, delle sue viscere in arrendevoli. Circa dieci anni fa, la commissione del Premio Pirandello, uno scasso di semiaccademici incruscati, lo scartò senza esitazioni di sorta. Aggeo Savioli, membro di quella commissione, si battè per segnalare la profondità e la bellezza della scrittura di Ruccello e sempre Savioli, più tardi, fu tra quelli che sostennero Ferdinando per il riconoscimento attribuitogli dall’Idi.

Isa Danieli, apostrofo ineffabile tra la grande tradizione del Teatro della scena napoletana e le sue nuovissime infiorescenze, sarebbe stata, da quel momento, interprete inseparata e inseparabile della scrittura ruccelliana. Eppure, nonostante il Premio Idi; nonostante la passionale adesione della Danieli al progetto, «Ferdinando» fu letteralmente ignorato dall’Eti. L’Ente che si autoproclamava come l’imparziale bilancia di assegnazione per aiutare e sostenere la drammaturgia contemporanea, non aiutò, né sostenne Ferdinando. Coloro i quali ostacolarono con ogni mezzo la nascita e la crescita di un giovanissimo autore napoletano che minacciava di essere un contraltare qualitativo troppo pericoloso per l’esercizio della mediocrità teatrale, patentata da molti anni in Italia; coloro i quali gli negarono piazze, teatri, repliche, dopo la morte di Ruccello si autoincoronarono suoi amici inseparabili, rincorrendo una legittimazione furbesca e positiva che proprio attraverso Ruccello poteva loro arrivare. Vivo, Ruccello ebbe molti nemici. Morto, quei nemici diventarono amici, secondo un copione italiano che viene da lontano e andrà lontanissimo. Ruccello, dopo la sua morte, non faceva più paura a nessuno. Chi gli aveva negato ciò che un grande autore avrebbe dovuto avere naturalmente in un paese civile, si proclamò suo ammiratore, suo antico compagno.

Sono passati dieci anni da quando Ferdinando vide la luce, accolto da un interesse e un successo notevolissimo. Sono passati dieci anni e non è cambiato nulla. Per «Ferdinando» che ritorna in scena è stato difficile trovare un produttore, è stato difficile trovare piazze e teatri.

Ma Isa Danieli è testarda. L’attrice che avrebbe potuto farsi una stagione narcotizzante tra le maglie arrugginite di una compagnia da giro ha tirato fuori gli artigli; la Cooperativa Gli Ipocriti le ha dato retta e «Ferdinando» ritorna. Ritorna bello, bellissimo, forte di una lingua tagliente, affascinante, capace di seduzioni insolenti e beffarde. Ritorna recitato e diremmo, sera per sera, riscritto da Isa Danieli con il sacrificio vitalissimo e gioioso del suo corpo, della sua voce, del suo sangue mediterraneo, un po’ vento, un po’ fuoco, che al respiro di una civiltà indelebile, va a unirsi per celebrare l’orgiastico matrimonio tra natura e storia.

In «Ferdinando» si respira la grazia immarcescibile e pigrissima dei Borbone, l’impertinente anelito di pazzia di una città incapace di seguire la ragione e le buone maniere, perché dotata di una energia smisuratamente più grande della normalità raziocinante additata ad esempio dal resto dell’Europa. Così, mentre per la maggior parte della civiltà letteraria del mondo la lingua è un insieme di segni, per Napoli essa è innanzi tutto un insieme di suoni, ritmi, cesure, cadenze, per arrivare dentro il cuore degli uomini.

È questa lingua ci insegna che non c’è nulla da capire al mondo; che al mondo si può solo sentire, che i misteri non possono essere svelati, ma amplificati, accresciuti, consacrati nella loro irriducibilità e impenetrabilità. Dopo «Ferdinando» visto a Teatro, si rimane storditi, sull’orlo di un deliquio dei sensi, senza parole, perché le parole sono sancite dai suoni, quindi dalle note di una lingua che lega e scioglie i sensi come e quando vuole.

«Ferdinando» è l’immortale sinfonia di Napoli per i suoi ricordi, per il suo passato, mentre gli afrori e le essenze del Regno delle Due Sicilie, di una nobiltà fragile e ferita, lascia intravedere trasparenze magnifiche che occhieggiano di accenti seminati tra i «Vicerè» di De Roberto, nel magnifico «Gattopardo» di Tomasi di Lampedusa. «Ferdinando» è un sogno, una visione che impasta insieme lo spirito e la carne e che alla carne appunto restituisce il valore di spada vendicatrice e geniale sulle umane povertà della vita. «Ferdinando» è sovversione, culto della poesia, culto morboso dell’inutile, del cortile inargentato dalla luna che Donna Clotilde contempla in piena notte, dei palazzi e delle terre di una nobiltà che ha saputo fare del suo privilegio sociale una categoria di pensiero per l’approfondimento del tempo. Per questa nobiltà il tempo è vicino, dentro le cose, la morte è un dato di pensiero, prima ancora che un accidente capriccioso della natura. Per questa nobiltà, cinque sensi sono pochi, essa cerca l’eros come fuga, superamento, sublimazione, dimensione senza spazio, senza tempo, senza perché. E tutto questo non basta vederlo una volta sola. «Ferdinando» si vede, si rilegge, si rivede. Ma lo facciano solo quelli che al Teatro pensano come a una ragione fisiologica della loro esistenza. Gli altri, i commercianti delle scene, i mediatori ortofrutticoli travestiti da produttori, i critici convinti ancora che il napoletano, il veneziano, il siciliano, siano dialetti, quelli insomma che ancora non hanno capito la differenza tra lingua letteraria e lingua di scena, rimangano a casa, a curarsi, se possono. «Ferdinando» è l’incarnazione di un Teatro che va avanti nonostante tutto e tutti. «Ferdinando» racconta che dopo i gattopardi sono arrivati gli sciacalli, le iene, le pecore.

«Ferdinando» è un testo bellissimo, interpretato da un’attrice eccezionale, eccezionale, eccezionale. Quanto a quelli che lo ostacolarono, «Ferdinando» risponde che Ruccello è ancora vivo, mentre i suoi detrattori, i suoi traditori, i suoi amici indifferenti, sono morti da un pezzo e ancora non se ne sono accorti. Tra cento anni «Ferdinando» andrà in scena, Ruccello sarà un mito, la lingua napoletana, evoluta e mutata sarà sempre splendida, il resto sarà silenzioso, o forse più semplicemente balbuzie.

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