Madre coraggio

di Bertolt Brecht

Trama

L’opera teatrale “Madre Courage e i suoi figli” sottotitolo “Una cronaca dalla guerra dei Trent’anni” porta in scena le vicende verificatesi tra il 1624 ed il 1636 nel corso della Guerra dei Trent’anni (1618-1648); il conflitto fra Cattolici e Protestanti nel Sacro Romano Impero fornì alle potenze europee il pretesto per dare il via ad una lotta che segnò la fine dell’egemonia asburgica in Germania e la sconfitta della Controriforma, cosa che provocò ingenti perdite demografiche e grave decadenza economica in particolar modo alla Germania.
La protagonista del dramma è Anna Fierling, vivandiera/commerciante detta Madre Coraggio per aver sfidato le cannonate, durante l’assedio, per portare a termine il suo commercio di pagnotte ammuffite. Gli affari vengono prima di tutto e, pur essendo bravissima nel suo “lavoro”, ciò non toglie che esso si basi prevalentemente sulla miseria e sulla sventura degli altri. Padrona di un carro, che utilizza sempre nei suoi spostamenti, è accompagnata dai tre figli che, giusto per inciso, hanno tre cognomi diversi considerato che Madre Coraggio non ricorda nemmeno i nomi dei padri con certezza.
Schweizerkas è il figlio buono e onesto che, per troppa onestà, si fa uccidere da un sergente disonesto.
Eilif, che è forte e robusto, aiuta la madre a spingere il carro e a fare affari, ma il brigadiere e il reclutatore lo convincono ad arruolarsi. Madre Coraggio che è sempre al seguito degli eserciti, ha modo di rivederlo tra un’eroica azione e l’altra e tra un massacro di contadini e un sequestro di bestiame. Arriva una pace temporanea ed Eilif sarà processato e ucciso come criminale per le azioni commesse in guerra.
Kattrin, la figlia muta, che sente di essere un grave peso per la madre, vive nella speranza della pace che difficilmente potrà arrivare così come il marito che lei sogna. Dopo la morte dei fratelli e la rinuncia della madre ad andare a vivere con un cuoco incontrato nel corso degli innumerevoli spostamenti, Kattrin e la madre si sposteranno al seguito di eserciti sempre più poveri. Sarà l’unica vera eroina di tutta questa tragedia! Morirà per salvare la città e fermare la guerra.
Per Madre Coraggio nemmeno i figli contano, vorrebbe tenerli fuori dalla guerra, ma non può fare a meno di sacrificarli o comprometterli; come dice il brigadiere nella prima scena “nella guerra… in fondo, è impossibile pensare di poter vivere della guerra, senza pagarle gli interessi”.

rielaborazione Antonio Tarantino
traduzione Roberto Menin
regia Cristina Pezzoli
scene Bruno Buonincontri
costumi Gianluca Falschi
luci Cesare Accetta
musiche Pasquale Scailò
interpreti principali: Isa Danieli, Alarico Salaroli, Marco Zannoni, Lello Serao, Arianna Scommegna ed altri 12 attori.

Primo tempo:
Madre Coraggio ISA DANIELI
Kattrin, sua figlia muta XENIA BEVITORI
Eilif,il figlio maggiore MATTEO CREMON
Schweizerkas,il figlio minore YANG SHI
L’arruolatore SERGIO RAIMONDI
Il maresciallo LELLO SERAO
Il cuoco MARCO ZANNONI
Il comandante PAOLO LI VOLSI
Il cappellano ALARICO SALAROLI
Yvette Pottier ARIANNA SCOMMEGNA
Un soldato SERGIO RAIMONDI
L’uomo con la benda SERGIO RAIMONDI
Il maresciallo cattolico PAOLO LI VOLSI
Il capo dell’armeria protestante CARLO CARACCIOLO
Il colonnello LELLO SERAO
I lanzichenecchi: CARLO CARACCIOLO e TIZIANO FERRARI

Secondo Tempo:
I soldati: TIZIANO FERRARI, PAOLO LI VOLSI, SERGIO RAIMONDI
Le contadine: VESNA HROVATIN e PATRIZIA MONTI
Lo scrivano CARLO CARACCIOLO
I portatori di bara: MATTEO CREMON e YANG SHI
I soldati cattolici: TIZIANO FERRARI, VESNA HROVATIN, PAOLO LI VOLSI, SERGIO RAIMONDI, ARIANNA SCOMMEGNA, LELLO SERAO
La contadina PATRIZIA MONTI
Un giovane contadino CARLO CARACCIOLO
I popolani VESNA HROVATIN, PAOLO LI VOLSI, LELLO SERAO, YANG SHI
Il servo di Yvette SERGIO RAIMONDI
I soldati: CARLO CARACCIOLO e TIZIANO FERRARI
L’alfiere cattolico TIZIANO FERRARI
I soldati: CARLO CARACCIOLO, VESNA HROVATIN, PAOLO LI VOLSI, PATRIZIA MONTI
La contadina ARIANNA SCOMMEGNA
Il contadino LELLO SERAO
Il giovane contadino SERGIO RAIMONDI

Brecht è un autore capace di provocare terremoti.

Studiarlo per un anno in modo approfondito con l’aiuto di un drammaturgo di rara umanità come Antonio Tarantino, che ha curato la riscrittura di Madre Coraggio e i suoi figli, mette in luce la scandalosa attualità dei temi contenuti nell’originale e ciò impone una domanda sul senso che ha mettere in scena Brecht oggi.

Diceva Brecht, quando ancora non era un classico monumentale quale è adesso per noi, che per mettere in scena i classici, bisogna deporre il rispetto museale che il tempo deposita sulle loro opere e considerare il mondo e gli uomini al quale lo spettacolo si rivolge nel presente.

Incoraggiati da queste parole abbiamo lavorato per parlare all’Italia del 2008 e non alla Germania del 1939, coscienti che la fede che B.B. e il suo gruppo di lavoro aveva nella possibilità di trasformare il mondo e gli esseri umani attraverso l’arte, getta una provocazione al cinismo nel quale ci siamo rifugiati noi uomini e artisti del nuovo millennio, barricandoci dietro l’oggettività della storia che pare aver dimostrato che tali convinzioni, altro non siano che ingenui anacronismi.

Ma anche se con la caduta del comunismo l’estetica brechtiana esce parzialmente sconfitta, sconfitte non sono le ragioni del dovere della speranza, né quelle che qualunque estetica si fondi su bisogni che sono ispirati, prima di tutto, dal rapporto con la vita.

Da quando Madre Coraggio è stata scritta ad oggi, le guerre non sono mai smesse: milioni di esseri umani, (per lo più donne e bambini, dato che la guerra si nutre più degli inermi che dei soldati), sono morti e continuano a morire.

Forse non possiamo fare molto per queste tragedie, ma possiamo invece attraverso il teatro immettere anticorpi nella società e negli esseri umani che agiscano sull’indifferenza che ha ammalato le nostre anime, che ci consente di vedere scorrere in tv ogni giorno bombe, soldati e morte nella più totale anestesia emotiva.

Siamo forse diventati pietre come dice Tarantino nel breve monologo aggiunto a Madre Coraggio prima della sepoltura di Katrin, non sentiamo più niente…

Ma se, come diceva Hannah Arendt a proposito del nazismo, l’essere umano è ancora capace di un gesto di pensiero, di un gesto di pietà, può interrompere la catena di trasmissione impersonale e indifferente con cui la violenza trascina nel buio e nell’orrore.

A questa “speranza muta” si è affidato il nostro gruppo di lavoro ritenendo che la prima guerra contro cui combattere, sia la guerra sepolta nella quotidianità del nostro paese, l’Italia sofferente in cui viviamo e di cui troppo poco ci occupiamo.

Cristina Pezzoli

Un luogo senza tempo, una lingua di terra scoscesa, ‘teatro’ di perenne battaglia, enorme tam tam sul quale rimbombano i suoni della guerra, insieme al fragore di tuono di minacciose lastre di ferro che oscillano e si urtano. I resti combusti e rattoppati di accampamenti provvisori, morti e rinati più volte, un collage di stracci lacerati dal tempo e dalla lotta. La miseria, la necessità di tirare avanti, il rifiuto categorico di soccombere danno la forza di spingere su per questa erta desolata le traballanti ruote di un carro che porta un triste carico di cose e di persone: il bagaglio informe di chi della guerra ha fatto il proprio mezzo di sussistenza e al tempo stesso il proprio boia.

Bruno Buononcontri


madre-sceneI costumi di questa edizione di Madre Coraggio cercano di ripercorrere il bel lavoro di riscrittura scenica di Antonio Tarantino. Come Antonio ha cercato di evidenziare le stratificazioni del linguaggio brechtiano, la complessità di sensi e segni che attraversano il testo, così il mio lavoro ha tentato di sintetizzare l’assoluta compresenza di significati che le parole suggeriscono. Se la guerra è la Guerra dei Trent’anni, è anche la forma di tutte le guerre basate sulla

differenza e sulla diffidenza; allora coesistono le armature, i cappotti e le tute mimetiche. Non ha avuto importanza ricostruire, ma inventare, citare, trasportare un segno storico per renderlo meta-storico, illimitato.

Il dolore, la disperazione, la povertà è la medesima in ogni epoca.

E allora è proprio Madre Coraggio, attraversando le tappe di questo lungo cammino, a portare su di sé il senso del nostro lavoro. Se all’inizio può ricordare una grossa matrona uscita e attorniata dal mondo di un Brueghel, pian piano si spoglia, si asciuga, si trasforma nella Madre dolorosa di un calvario, in una zingara spodestata dal suo campo, nell’immagine stessa dell’avida guerra, che si arma di paramenti militari, per farsi bella di una ricchezza effimera.

Gianluca Falaschi

Bertolt Brecht nacque ad Augusta il 10 febbraio 1898 da famiglia borghese benestante; il padre era cattolico e la madre protestante. L’educazione culturale e linguistica di Brecht fu notevolmente influenzata dalla fede religiosa materna; ebbe un’infanzia poco felice a causa del suo carattere schivo e dei frequenti problemi di salute.
Nel 1917, a causa degli eventi bellici, ottenne il Notabitur (diploma d’emergenza concesso anzitempo agli studenti che intendevano arruolarsi) e si iscrisse all’università frequentando, in modo discontinuo, le facoltà di scienze naturali, medicina e letteratura. In seguito, dovette interrompere gli studi poiché prestò servizio presso un ospedale militare di Augusta; questa esperienza lo segnò profondamente tanto da diventare un convinto pacifista, nemico giurato di ogni mitologia bellica.
Nel 1920 si verificarono due eventi importanti: la morte della madre e l’incontro con il comico Karl Valentin a Monaco di Baviera. In quegli anni si recò spesso a Berlino dove costruì importanti relazioni con persone che gravitavano nell’ambiente teatrale.
Nel 1921 conobbe il drammaturgo Arnolt Bronnen, di cui divenne grande amico.
Nel 1922 si trasferì a Berlino dove condusse una vita di stenti tanto da essere ricoverato in ospedale per denutrizione; a novembre sposò l’attrice e cantante d’opera Marianne Zoff da cui nacque, un anno dopo, la figlia Hanne. È in questi anni che Brecht inizia a dare libero sfogo alla sua vena letteraria scrivendo la tragedia Tamburi nella notte, per la quale vinse il Premio Kleist (1922).
Nel 1923 scrisse il dramma Vita di Edoardo II di Inghilterra e conobbe la futura moglie, Helene Weigel.
Nel 1924 lavorò come drammaturgo presso il Deutsches Theater di Berlino e gli nacque il figlio Stefan.
Nel 1925 scrisse la commedia Un uomo è un uomo.
Nel 1927 uscì il suo primo libro di poesie Hauspostille (Il libro delle devozioni domestiche); scrisse la tragedia Mahagonny, collabora con Erwin Piscator ed inizia un sodalizio con il musicista Kurt Weill; divorzia dalla prima moglie Marianne.
Nel 1928 scrisse la commedia L’Opera da tre soldi su musica di Kurt Weill; tale opera è da considerarsi il suo primo capolavoro che divenne il maggior successo teatrale della Repubblica di Weimar.
Nel 1929 sposò l’attrice Helene Weigel.
Nel 1930 andò in scena la commedia Ascesa e caduta della città di Mahagonny e scrisse molti drammi sia a carattere didattico che non: La linea di condotta, Santa Giovanna dei Macelli, L’eccezione e la regola, Il consenziente.
Nel 1931 scrisse il dramma La madre.
Nel 1932 andò a Mosca per assistere alla rappresentazione di Kule Wampe, film di cui aveva scritto la sceneggiatura; scrisse la commedia Teste tonde e teste a punta. Nello stesso anno frequentò un ciclo di lezioni sul marxismo tenute dal filosofo Karl Korsch con cui ebbe anche incontri a casa per approfondire la dialettica materialistica.
Nel 1933, con l’avvento al potere di Hitler, Brecht fu costretto a fuggire a causa della sua avversione al regime nazista; dapprima si recò a Praga, poi a Vienna, Zurigo, Parigi ed infine in Danimarca dove restò per cinque anni. L’esilio fu molto duro anche se in quegli anni produsse le sue opere più note e viaggiò molto a Parigi, Londra e New York per rappresentare i suoi testi teatrali.
Nel 1939 fuggì dalla Danimarca e si recò a Stoccolma; scrisse la tragedia Madre

Brecht e Dessau, qui e ora

L’esperienza inizia con un intenso laboratorio nel luglio dello scorso anno a Prato, con un gruppo di giovani attori, molti dei quali con una buona propensione anche per il canto. Con l’attiva presenza di Cristina Pezzoli. Un laboratorio esperienziale in cui i partecipanti provano a sonorizzare diverse condizioni emotive, attraverso una produzione sonora informale che si avvale del corpo e di qualsiasi oggetto sonoro disponibile.

Tutto ciò per prepararsi alla messinscena di Mutter Courage und ihre kinder di Bertolt Brecht con una sensibilità contemporanea che si avvale della lingua teatrale di Antonio Tarantino, a partire dalla traduzione di Roberto Menin.

E le musiche? Visto che il teatro di Brecht è fondativamente tra i più sonori del Novecento, non solo perché alcuni testi sono dei veri e propri libretti d’opera, o per la costante presenza di canti scenici alternati alla prosa, ma anche per la specifica “funzione gestuale” che viene attribuita alla musica. Come affrontare oggi questa stimolante questione?

La partitura originale di Madre Courage è stata composta da Paul Dessau. Una musica timbrata, che alterna l’uso del cembalo barocco ai suoni militari di trombe e percussioni, con la presenza di song poco diffusi, tranne qualche incisione di Gisela May.

Come conciliare queste peculiarità così ‘tedesche’ con le esigenze espressive di questa messa in scena che vede come interprete di Anna Fierling l’attrice Isa Danieli, corpo e voce mediterranea, con una vocalità graffiante, capace insieme di crudeltà e di amara comicità?

Come uscire da quest’empasse ‘brechtianamente’, senza cioè snaturare il senso profondo e condiviso della sua poietica teatrale? Come realizzare quella ‘praticabilità’ e ‘funzionalità’ musicali, criteri tanto cari a Brecht in contrapposizione alle tradizionali categorie estetiche del bello?

Si sa, Brecht amava Bach. Anzi, sosteneva che certe sue opere, come le Passioni, costituivano dei significativi esempi storici di musica gestuale, che è alla base per la nascita della tecnica di straniamento. Come ricorda il compositore Hanns Eisler, che ebbe un ruolo centrale nella formazione culturale e politica del drammaturgo, Brecht si faceva suonare e cantare svariate volte il recitativo dell’evangelista dalla Passione secondo San Giovanni che recita: «“Gesù attraversò con i suoi allievi il fiume Kadron. Lì c’era un giardino. Gesù e i suoi discepoli vi entrarono.” Qui si racconta dunque così la Bibbia. Tra l’altro la parte del tenore è molto acuta (Eisler imita) […] È impossibile cantare in modo poco espressivo il che impedisce ampollosità e sentimentalismo. Vengono semplicemente riferiti i fatti! […] Per Brecht questo era un modello di musica gestuale. Infatti lo è. »

Oltre alla musica colta, Brecht apprezzava, e ascoltava con grande interesse, anche la produzione di matrice etnica come quella turca, cinese, algerina, insieme alla musica di consumo. Gran parte dei compositori coi quali collabora, in particolare Kurt Weill, usa infatti riprendere e distorcere, per fini scenici, la musica d’uso di quel periodo, la cosiddetta Gebrauchsmusik. Tanghi, foxtrot, ballad, charleston vengono sottoposti a quell’etica della sottrazione che limita sentimentalismi, eccessi di gratuita emotività, allo stesso modo di quanto avviene, così programmaticamente, nelle opere teatrali di Mozart che, non a caso, rappresenta l’altro compositore tedesco amato da Brecht.

Partendo dalla condivisione di queste condotte musicali, come procedere oggi?

Abbiamo deciso di provare a perlustrare il paesaggio sonoro di Madre Courage e della guerra con la sensibilità del nostro tempo. Poi, ri-componendo i diversi song, con materiali eterogenei, articolati e polistilistici, che non si inscrivono nell’azione, ma che esprimono un punto di vista esterno. Che rappresentino un momento di discontinuità, anche grazie all’utilizzo di forme sonore temporalmente distanti dai fatti di Madre Courage: valzer, rap, installazioni sonore lancinanti al posto di madrigali, mottetti o sonate per cembalo. E con il continuo interrogativo: cosa e come avrebbero fatto anche Brecht e Dessau se fossero vissuti qui e ora?

Pasquale Scialò

Hanns Eisler, Con Brecht, intervista di Hans Bunge (a cura di Luca Lombardi), Roma, Editori Riuniti .Interventi, 1978, p. 38

Madre Coraggio e i suoi figli è presentata per la prima volta a Zurigo il 19 aprile 1941, con la regia di Leopold Lindtberg e con Therese Giehse nei panni della vivandiera Anna Fierling. Nonostante il successo, Brecht non è soddisfatto dell’allestimento non condividendo l’interpretazione tragica del personaggio. Mostrerà lui come l’ha inteso in quel preciso momento storico, quando, l’11 gennaio 1949, inaugurerà a Berlino Est, proprio con Madre Coraggio, il Berliner Ensemble. Nel corso degli anni le repliche di questo allestimento saranno più di 500.

Nel 1950 Brecht curerà nuovamente la regia dell’opera per le rappresentazioni ai Kammerspiele di Monaco con Therese Giehse come protagonista; la grande attrice tedesca, che aveva già interpretato lo stesso ruolo nella prima assoluta di Zurigo del ’41, tornerà ancora a vestirne i panni, nel 1958, allo Schauspielhaus di Francoforte.

Madre Coraggio si afferma a livello internazionale come una delle opere più allestite di Brecht.

Al di fuori dei paesi di lingua tedesca, la tragedia viene allestita nel 1951 da Jean Vilar al Théâtre National Populaire dando il via all’interesse francese per Brecht, rafforzato, in modo determinante, a partire dal 1954, grazie alla tournée del Berliner Ensemble che ottiene il primo premio al Festival delle Nazioni di Parigi proprio con Madre Coraggio. Nel corso delle celebrazioni per il primo centenario della nascita di Brecht, nel 1998, la Comédie Française inserisce, nel proprio repertorio, l’opera con la regia di Jorge Lavelli e con protagonista Catherine Hiegel, coronando così la fortuna scenica di Brecht in Francia.

In Italia è Luciano Lucignani a portare in scena per la prima volta Madre Coraggio e i suoi figli al Teatro dei Satiri di Roma nel 1952, con scene e costumi di Renato Guttuso e Cesarina Ghepardi protagonista. Nella stagione 1969/70 è il Teatro di Genova ad allestire l’opera con Lina Volonghi come interprete principale per la regia di Luigi Squarzina. Nel 1991 è la volta di Piera degli Esposti guidata dal regista Antonio Calenda; nella stagione 1995/96 è il Piccolo Teatro di Milano a realizzare una lettura scenica con musiche, curata da Carlo Battistoni, con Giulia Lazzarini nei panni della protagonista e Moni Ovadia in quelli del cuoco.

Nella stessa stagione, anche Jérôme Savary si cimenta in una coproduzione franco-austro-tedesca itinerante per l’Europa, portando in scena, con Katharina Thalbach, una Madre Coraggio giovane e provocante. Tra gli ultimi allestimenti vi è quello dello Stabile di Genova, nel 2002, con Mariangela Melato nel ruolo della protagonista diretta da Marco Sciaccaluga e quello del Piccolo di Milano nella stagione 2005/06 con Maddalena Crippa regia Robert Carsen.


LA GUERRA DEI TRENT’ANNI

Tra il 1618 ed il 1648 le maggiori potenze dell’Europa continentale furono coinvolte nella Guerra dei Trent’anni considerata una delle guerre più distruttive della storia europea.

Le cause del conflitto furono molteplici: a quelle puramente religiose, che videro contrapporsi i cattolici ai protestanti si aggiunsero tendenze egemoniche o d’indipendenza di vari stati, rivalità commerciali, ambizioni personali e gelosie familiari.

La defenestrazione di Praga (23 maggio 1618), quando due messi imperiali furono scaraventati, da alcuni protestanti boemi, giù dalle finestre del Palazzo Reale (salvati dalle immondizie che riempivano il fossato del castello), segna l’inizio del conflitto che visse quattro fasi: boemo-palatina (1618-1625); danese (1625-1629); svedese (1630-1635); francese (1635-1648).

I nobili boemi si ribellarono alla corona imperiale e, nel 1619, elessero re il calvinista Federico V conte del Palatinato. L’esercito protestante conseguì strabilianti successi, tanto da giungere fin sotto le mura di Vienna. Tuttavia, l’incapacità di Federico V di conquistare la fiducia sia dei sudditi sia dei generali che guidavano le truppe permise alla Lega Cattolica (nata in Germania nel 1609 per contrastare l’Unione evangelica) guidata dal generale Tilly, di ottenere la vittoria decisiva l’8 novembre 1620 nella battaglia della Montagna Bianca, nei pressi di Praga. A seguito di tale sconfitta, Federico V fu costretto all’esilio.

Con questi eventi termina la prima fase (periodo boemo) della Guerra dei Trent’anni; le conseguenze per gli sconfitti furono davvero pesanti in quanto, col pretesto di ristabilire la religione cattolica, furono commesse gravi persecuzioni ai danni dei protestanti costretti, a forza, ad abiurare la propria fede; la nobiltà boema dovette cedere le proprie terre a favore dei feudatari tedeschi giunti al seguito dell’Imperatore Ferdinando II; il tedesco fu proclamato lingua ufficiale e tutte le cariche pubbliche vennero conferite a funzionari tedeschi.

Di lì a poco il conflitto esplose di nuovo (fase danese) quando Cristiano IV re di Danimarca e Norvegia, desideroso di estendere i suoi possedimenti nell’Europa baltica, sposò la causa protestante e si alleò con Olanda e Inghilterra per contrastare l’egemonia asburgica. La Danimarca ricevette notevoli aiuti dalle potenze sue alleate e anche dalla Francia che, sotto la guida del cardinale Richelieu cominciò a contrastare la politica espansionistica degli Asburgo. Nel 1625 la guerra ricominciò con l’invasione della Sassonia; l’imperatore Ferdinando II, non avendo i mezzi per approntare, in breve tempo, un esercito, si rivolse ad Alberto di Wallenstein, nobile boemo di nascita ma tedesco di nazionalità che, a sue spese, formò un esercito di 30.000 mercenari disciplinati e ben addestrati all’uso delle armi.

Unitamente alle forze della Lega cattolica comandate dal generale Tilly, l’esercito di Wallenstein liberò i territori occupati vincendo prima a Dessau, nell’aprile 1626, e poi a Lutter nell’agosto successivo; infine costrinse Cristiano IV a ritirarsi fin quasi a Copenhagen. Con l’editto di restituzione (marzo 1629) e il successivo trattato di Lubecca (maggio 1629) si concluse la fase danese del conflitto; Cristiano IV perse numerosi possedimenti tedeschi e i principi luterani dovettero restituire tutti i beni espropriati alla Chiesa Cattolica dopo il 1552. Per le sue vittorie Alberto di Wallenstein ricevette in dono il Ducato di Mecklemburgo.

Nel 1630 ha inizio la fase svedese del conflitto con l’entrata in guerra della Svezia, guidata da Gustavo II Adolfo (di fede luterana) appoggiato da Francia e Russia; lo zar Michele Fiodorovic si impegnò molto per sostenere la Svezia non solo dal punto di vista economico ma anche diplomaticamente perorandone la causa anche presso altre corti europee. Nell’estate del 1630 Gustavo Adolfo raggiunse le coste della Pomerania con un esercito ottimamente addestrato ma non poté compiere subito operazioni a vasto raggio, poiché i principi protestanti tedeschi, ancora scossi dalla precedente sconfitta, non trovavano il coraggio di raggiungere il campo svedese; tale indecisione giocò a favore delle armate cattolico-imperiali che, guidate dal generale Tilly, conquistarono la roccaforte protestante di Magdeburgo (1631) dove compirono un terribile massacro.

Gustavo Adolfo, con l’appoggio dei principi di Brandeburgo, Sassonia, Assia-Kassel e Brema, iniziò la propria avanzata riportando una prima vittoria a Breitenfeld (settembre 1631) e nell’aprile successivo nei pressi del fiume Lech. In questa battaglia il generale Tilly perse la vita e con la sua morte l’imperatore Ferdinando II fu costretto a richiamare il Wallenstein (precedentemente licenziato per le gelosie dei principi tedeschi) che, riorganizzato il suo esercito, affrontò gli svedesi nella battaglia di Lützen. Lo scontro terminò con la vittoria degli svedesi e la morte del loro re, Gustavo Adolfo. Il Wallenstein, accusato di non riuscire più a vincere sul campo di battaglia, fu destituito dall’Imperatore e, sospettato di essere passato al campo avversario per aver promosso negoziati di pace, fu assassinato (25 febbraio 1634) nella fortezza di Eger, dai suoi stessi ufficiali.

Il 6 settembre 1634 a Nordlingen l’esercito svedese, allo sbando dopo la morte di Gustavo Adolfo, subì una dura sconfitta da parte delle truppe imperiali rafforzate da cospicui contingenti di truppe spagnole, ed iniziò la sua ritirata in patria mentre i principi protestanti di Sassonia e Brandeburgo sottoscrissero la Pace di Praga (aprile 1635).

La nuova vittoria imperiale spinse la Francia a venire allo scoperto: il conflitto si trasformò da scontro confessionale a lotta politica per l’egemonia europea. Inizia l’ultima fase della Guerra dei Trent’anni: il periodo francese (1635-1648).

Ferdinando II dichiarò guerra alla Francia di Richelieu, sostenitrice di tutti i precedenti tentativi antiasburgici, che si alleò con la Svezia e con vari principi protestanti tedeschi nonché con Olanda, Savoia, Venezia, Ungheria e Transilvania. La prima fase, segnata da diverse sconfitte e difficoltà militari anche a causa della poca compattezza dell’alleanza antiasburgica, durò all’incirca fino al 1641. Solo dopo la morte di Richelieu e l’ascesa del cardinale Mazzarino (1642), i francesi iniziarono ad avere la meglio sugli avversari: nel 1643 vinsero sugli spagnoli a Rocroi. L’anno dopo, sulle truppe bavaresi ed austriache a Friburgo (agosto 1644) e a Nördlingen (agosto 1645). A seguito di questi eventi, ebbero inizio dei negoziati di pace che, per molto tempo, rimasero infruttuosi; fu solo dopo una definitiva sconfitta dell’esercito austro-bavarese nel maggio 1648, i successivi assedi di Praga e Monaco, la vittoria francese di Lens (agosto 1648) e la minaccia di un possibile attacco a Vienna che l’imperatore Ferdinando III (succeduto a Ferdinando II) accettò le condizioni dettate dai vincitori firmando la Pace di Westfalia (24 ottobre 1648). Con la firma dei trattati di pace, gli Asburgo rinunciarono ai loro desideri di egemonia in Europa, ma la lotta per il potere continuava tra Francia e Spagna (il conflitto cessò solo nel 1659 con la Pace dei Pirenei).

Le conseguenze della guerra furono considerevoli sotto vari profili: sul piano demografico si ebbe un calo della popolazione tedesca del 15 – 20% e si ritiene che non furono gli eventi bellici di per sé a provocare perdite ingenti in termini di vite umane, ma la mancanza cronica di vettovaglie e il diffondersi ripetuto di epidemie. Sul piano economico i saccheggi, i furti e le distruzioni indiscriminate provocarono un impoverimento generale accentuato dall’incremento delle tasse introdotte dai vari stati per il mantenimento degli eserciti, mercenari e non. Dal punto di vista politico gli effetti furono molteplici poiché la guerra sancì la frammentazione della Germania in stati di fatto indipendenti (l’unificazione della Germania si avrà solo nel 1871); l’affermazione dell’egemonia francese a discapito della Spagna (costretta a combattere su più fronti e a dover riconoscere l’indipendenza dell’Olanda e del Portogallo); il predominio della Svezia nell’Europa del nord. La Guerra dei Trent’anni è da considerarsi l’ultima grande guerra “di religione” combattuta sul suolo europeo e con la Pace di Westfalia sancì l’affermarsi del concetto di Stato Sovrano.

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