Morso di luna nuova

di Erri De Luca

Note di regia

Alla lettura del testo di De Luca ho avuto come il presentimento che la storia della mia famiglia trovasse in quelle parole, in quelle situazioni raccontate, il proseguimento di un naturale percorso naturale. La mia famiglia ha vissuto la guerra, correndo due volte al giorno al rifugio: la mamma, il babbo, le mie due sorelle e i miei due fratelli. Una bella famiglia piena di gioia e di speranze che nell’ agosto del ’43 perse una delle due bambine proprio in un rifugio centrato da una bomba alleata. Tutto finì in quel giorno e dopo sono rimasti i ricordi e le struggenti parole di mia madre che piangeva tutte le volte, eppoi nel ’46 sono nato io che, nel cuore, lungo tutta la mia vita ho annotato le immagini che quelle parole mi davano: la fuga dal pranzo a casa, il cocomero spaccato a metà nel centro della tavola che aspettava solo di essere divorato da quattro bambini urlanti, l’arrivo al rifugio, il consiglio di alcuni che avevano indotto mio padre a preferire di andare nel profondo del ricovero che era stretto e lungo, e la fine tra le macerie…
In ‘ Finale di partita ‘ di Beckett, il personaggio dopo aver raccontato del mondo andato in malora, di Dio, e dei sopravvissuti dice: ‘sono pronto’.
Credo di poter provare a raccontare questo spettacolo.

Giancarlo Sepe

regia Giancarlo Sepe
scene e costumi Bruno Buonincontri
musiche a cura di Harmonia Team con la collaborazione di Davide Mastrogiovanni
disegno luci Rocco Giordano

 

personaggi ed interpreti (in ordine di entrata)

Biagio Antonio Spadaro
Armando Simone Spirito
Rosaria Antonella Romano
Elvira Luna Romani
Il generale Pino Tufillaro
Emanuele Giampiero Schiano
Oliviero Giovanni Esposito
Gaetano Antonio Marfella

produzione Gli Ipocriti, La Biennale di Venezia

Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950 in una famiglia della media-borghesia.

Ha diciotto anni nel 1968 e frequenta allora il liceo francese di Roma. È a partire da quest’epoca che abbraccia l’azione politica, respingendo la carriera diplomatica alla quale era avviato. Negli anni ’70, è dirigente attivo in seno al movimento d’estrema sinistra Lotta Continua. Sarà in seguito operaio qualificato, magazziniere, camionista, poi muratore, e come tale lavorerà in diversi cantieri francesi, africani o italiani.

Benché non avesse smesso di scrivere dall’età di vent’anni, il suo primo libro, Non ora, non qui, è pubblicato in Italia soltanto nel 1989. Ha praticamente quarant’anni al momento di questa prima pubblicazione e continua a lavorare nell’edilizia. Durante la guerra nella ex Iugoslavia, è conducente di convogli umanitari a destinazione della popolazione bosniaca.

Ha imparato numerose lingue da autodidatta, tra cui lo yiddish e l’ebraico per tradurre la Bibbia, alla quale dedica ogni giorno un’ora di lettura, anche se si dichiara non credente.

Collabora a diversi giornali (La Repubblica, Il Manifesto…) e oltre i suoi articoli d’opinione, scrive anche sulla montagna. È ugualmente un alpinista emerito.

Erri De Luca ha ricevuto, in Francia, il premio France Culture nel 1994 per Aceto, arcobaleno, il Premio Laure Bataillon nel 2002 per Tre cavalli (congiuntamente alla sua traduttrice francese, Danièle Valin) e il Femina Étranger, ugualmente nel 2002, per il romanzo Montedidio.

Vive oggi nella campagna romana.

LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

L’insurrezione delle Quattro Giornate di Napoli, che permise la liberazione della città dai tedeschi, nacque come reazione ad una serie di fattori come i rastrellamenti dei tedeschi (che riuscirono ad internare 18.000 uomini), l’ordine di sgombero di tutta l’area occidentale cittadina, la sistematica distruzione delle fabbriche e del porto ed ebbe anche un significato politico e militare. Militare perché impegnò per più giorni e costrinse alla resa le truppe tedesche che si erano rafforzate, politico perché nel corso della rivolta crebbero gli elementi di autorganizzazione, anche se non fu possibile creare un comando unificato. Fu costituito il Fronte Unico Rivoluzionario che ebbe sede nel Liceo Sannazaro di Napoli. La rivolta partenopea non deve essere considerata un fatto isolato. Essa fu preceduta e seguita da un insieme di stragi, eccidi, veri e propri momenti insurrezionali in provincia di Napoli e nell’area di Terra di Lavoro. A parte il dolore della gente che aveva visto i loro figli partiti per il fronte, i napoletani ebbero il vero impatto con la guerra solo il primo novembre del 1940, quando vi fu un bombardamento aereo inglese. Dal 1940 al 1944 Napoli fu fatta oggetto di più di cento bombardamenti indiscriminati che procurarono quasi 30.000 morti. Napoli, sventrata dai bombardamenti, s’era come svuotata, abbandonata da intere famiglie in fuga nelle campagne. Erano rimasti i rassegnati, gli indifferenti, i fascisti, e i disperati. Furono questi ultimi a ribellarsi, a passare dalla disperazione all’esasperazione per i soprusi nazisti, dopo l’occupazione della città. I tedeschi erano ancora indecisi sul da farsi, temevano la rapida avanzata degli Alleati sbarcati a Salerno e, mentre cercavano di disarmare le truppe italiane, si preparavano ad abbandonare la città dandosi al saccheggio dei negozi. Numerosi furono gli episodi di resistenza; uomini, donne, ragazzi, soldati e marinai diedero prova di audacia e patriottismo. Il 12 settembre i tedeschi decisero di sospendere i preparativi per la ritirata e di instaurare col terrore il loro pieno dominio sulla città. I contingenti della Vª Armata sbarcati a Salerno l’8 settembre, non avevano colto di sorpresa i tedeschi che fecero affluire rapidamente delle formazioni corazzate per impedire la loro avanzata. Il comando tedesco pensò addirittura di riuscire a cacciare a mare gli americani e obbligarli a reimbarcarsi, comunque non doveva più temere una minaccia immediata su Napoli. Un corriere da Berlino portò al comandante tedesco Scholl l’ordine di non lasciare la città e, in caso di avanzata degli Alleati, di non abbandonarla prima di averla ridotta ‘in cenere e fango’. Nel pomeriggio del giorno stesso, il colonnello faceva avanzare una colonna motorizzata che penetrò in città sparando a zero sulle case e lungo le strade. L’ordine era di annientare gli ultimi capisaldi della resistenza italiana distruggendo, per rappresaglia, case e quartieri dove i patrioti si erano battuti. Mentre l’opera vandalica si estendeva ai vicoli circostanti, gli artiglieri e i marinai italiani si difesero sino all’ultimo; tratti prigionieri gli ultimi difensori, otto marinai e soldati furono fucilati di fronte al palazzo dell’Ammiragliato. Domenica di sangue per i napoletani il 12 settembre ed anche il lunedì seguente, nelle due giornate furono uccisi per le strade della città decine di militari italiani, 27 civili e 185 persone ricoverate negli ospedali. Oltre quattromila tra militari e cittadini vennero tratti prigionieri e immediatamente portati alla stazione per essere avviati alla deportazione ed al lavoro obbligatorio.

Il 13 settembre veniva pubblicato il drastico proclama emanato il giorno prima dal Comando tedesco:

1. Con provvedimento immediato ho assunto da oggi il Comando assoluto con pieni poteri della città di Napoli e dintorni.

2. Ogni singolo cittadino che si comporta calmo e disciplinato avrà la mia protezione. Chiunque però agisca apertamente o subdolamente contro le forze armate germaniche sarà passato per le armi. Inoltre il luogo del fatto e i dintorni immediati del nascondiglio dell’autore verranno distrutti e ridotti a rovine. Ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà rivendicato cento volte.

3. Ordino il coprifuoco dalle ore 20 alle ore 6. Solo in caso di allarme si potrà fare uso della strada per recarsi al ricovero vicino.

4. Esiste lo stato d’assedio.

5. Entro 24 ore dovranno essere consegnate tutte le armi e munizioni di qualsiasi genere, ivi compresi i fucili da caccia, le granate a mano, ecc. Chiunque, trascorso tale termine, verrà trovato in possesso di un’arma, verrà immediatamente passato per le armi. La consegna delle armi e munizioni si effettuerà alle ronde militari germaniche. [Erano indicate le località]

6. Cittadini mantenetevi calmi e siate ragionevoli. Questi ordini e le già eseguite rappresaglie si rendono necessarie perché un gran numero di soldati e ufficiali germanici che non facevano altro che adempiere ai propri doveri furono vilmente assassinati o gravemente feriti, anzi in alcuni casi i feriti anche vilipesi e maltrattati in modo indegno da parte di un popolo civile.

Napoli, 12 settembre 1943 firmato SCHOLL Colonnello

Vedersi ridotti alla condizione di schiavi, doversi nascondere per sopravvivere in una città dilaniata, per sottrarsi ai rastrellamenti e alle catture indiscriminate, per evitare quel servizio obbligatorio di lavoro che altro non era che l’anticamera della deportazione e dello sterminio: ecco, tutto questo insopportabile bagaglio di prevaricazioni determinò la svolta, aprì le porte agli eventi. La rabbia dei nazisti per il fallimento del servizio obbligatorio venne espressa nel manifesto del 26 settembre emanato dal comandante Scholl, che gridava al sabotaggio e minacciava di fucilare all’istante i contravventori:

Al decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno corrisposto in quattro sezioni della città complessivamente circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbero dovuto presentarsi oltre 30.000 persone. Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate Germaniche e del Ministero degli Interni Italiano. Incominciando da domani, per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presentandosi sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno dalle ronde senza indugio fucilati.

Il Comandante di Napoli Scholl

Il giorno dopo, il 27 settembre, ebbe inizio la caccia all’uomo: le strade vennero bloccate e tutti gli uomini, senza limiti di età, furono caricati con la forza sui camion per essere avviati al lavoro forzato in Germania. A questo punto, per i napoletani non c’erano alternative: se volevano sfuggire alla deportazione dovevano combattere contro i tedeschi e impedire che attuassero i loro piani. Cosi, senza essere né preparata né organizzata, scoppiò l’insurrezione di Napoli, una risposta spontanea in cui erano presenti anche i partiti antifascisti ma senza avere quella funzione di guida che avranno invece durante la lotta partigiana. I napoletani uscirono allo scoperto nelle prime ore del 28 settembre: erano armati alla meglio, con vecchi fucili, pistole, bombe a mano, bottiglie incendiarie che avevano subito imparato a costruire e qualche mitragliatrice leggera nascosta nei giorni dell’armistizio. Altre armi se le procurarono combattendo. Tutto ciò sconcertò il comando tedesco che non si attendeva questa reazione. La scintilla scoppiò al Vomero: erano da poco passate le nove quando giunse la notizia che un marinaio era stato freddato con un colpo di pistola; una decina di giovanissimi, il più grande dei quali non aveva ancora vent’anni, stavano bevendo il caffé al Bar Sangiuliano in Piazza Vanvitelli, quando… come ad un segnale convenuto uscirono di corsa dal bar e si precipitarono addosso a tre tedeschi che occupavano una jeep di stanza nella piazza costringendoli a scendere dall’auto che incendiarono. I tedeschi approfittarono di questo momento per fuggire e dare l’allarme. Giunsero soldati in massa ma i giovani non desistettero e si rifugiarono nel Museo di San Martino, mentre la voce si diffondeva in città. Fu un attimo. Tutte le strade che portavano fuori della città furono bloccate da suppellettili, che piovevano dalle finestre per ostruire il passaggio all’uscita come all’entrata. Per quattro giorni, dal 28 settembre all’1 ottobre 1943, i napoletani scelsero la lotta aperta, imbracciarono le armi, eressero barricate, lanciarono bombe, tesero agguati, costringendo le truppe tedesche alla resa, alla fuga. Le azioni di scontro in ogni quartiere, infittite e protratte negli ultimi quattro giorni del settembre e nella mattinata del primo ottobre, furono decisive per affrettare l’abbandono della città da parte delle truppe tedesche proprio per l’attiva solidarietà della popolazione con quel pugno di combattenti, che si moltiplicava in ogni punto di Napoli. I tedeschi avrebbero voluto ridurre l’abitato a cenere e fango, avevano minato, fatto saltare in aria, incendiato case, alberghi, battelli in mare, impianti ecc.. Le distruzioni sarebbero state infinitamente maggiori se la popolazione non fosse coralmente insorta a sostenere i suoi studenti, i suoi operai, i suoi uomini più consapevoli nella lotta aperta. Questo il bollettino delle 4 giornate: oltre 2.000 combattenti, 168 patrioti caduti in combattimento, 162 i feriti, 140 le vittime tra i civili, 19 i morti non identificati, 162 i feriti, 75 gli invalidi permanenti. I tedeschi, all’alba del primo ottobre, si ritirarono (compiendo vili rappresaglie tra le persone che incontravano sul loro cammino). Quando gli alleati entrarono in città, non trovarono un nemico che fosse uno. Napoli s’era liberata da sola.

BRAVO SEPE CON LA NAPOLI DI DE LUCA

“Con la sua cifra stilistica elegante, evocativa e tagliente Giancarlo Sepe porta in scena «Morso di luna nuova» di Erri De Luca, potente affresco dell’insurrezione di Napoli contro i tedeschi nel ’43. E le vicende di un gruppo di persone in un rifugio durante i bombardamenti si spalancano sulla Storia, la fanno palpitare di piccole vite, di grandi sentimenti, di meschinerie, di paure, di tradimenti, d’amore, di bisogno di libertà. Un testo che Sepe disvela con sapienza in uno spettacolo semplice e complesso di affascinante coralità. Un ragazzo balbuziente col suo canarino, un patetico generale fascista a riposo, un disincantato falegname, un pescivendolo che nasconde il suo essere ebreo, il portiere dello stabile tacciato di «borsa nera» ma che in realtà organizza la rivolta, sua moglie e la giovane figlia che si innamora del ragazzo balbuziente alla quale lui regala, estremo gesto d’amore, la sua bestiola prima di essere ucciso dai tedeschi: otto esseri che sapranno prendere in mano il loro destino e troveranno il riscatto nella dignità della ribellione. Bravissimi tutti gli attori Giovanni Esposito, Antonio Marfella, Luna Romani, Antonella Romano, Giampiero Schiano, Antonio Spadaro, Simone Spirito, Pino Tufillaro in una danza di geometrie perfette in quel valzer lento e tragico che sa essere la vita.

Magda Poli

Corriere della Sera edizione Milano – 04.03.2010


IL PALCOSCENICO MILANESE TORNA A SPLENDERE AL FRANCO PARENTI CON UNA DELLE REGIE PIU’ INTENSE DELLE ULTIME STAGIONI

Nelle stagioni teatrali in cui si incrociano sempre più “registi da vetrina”, o meglio ancora direttori di scena, ecco che una storia intensa delle pagine di un libro finisca nelle mani di un signor regista. Giancarlo Sepe con la sua angolatura tagliente e sferzante trasforma la messinscena al Franco Parenti di Morso di luna nuova di Erri De Luca in una serigrafia teatrale. Settanta minuti mozzafiato con un ritmo sfrenato e la Napoli, puntellata dalla seconda guerra mondiale, finisce sotto terra, in un rifugio, in un’ambientazione claustrofobica da teatro dell’assurdo. Nella gestione della coralità dei protagonisti – e in questo Sepe è un maestro (vecchie reminiscenze del reprise del Théatre du Campagnol) – si segue la logica del tutti per uno, uno per tutti chiunque ci sia in ballo: un falegname, un vecchio generale fascista, un balbuziente, un ebreo infiltrato o una donna che sogna il principe azzurro.

Il testo di De Luca fa sprofondare un amaro capitolo della storia, le Quattro giornate di Napoli, nel pessimismo concettuale del cinema di La Grande Illusione di Renoir, perché la guerra è zozza, sempre e comunque, e qui non c’è neanche la speranza edoardiana di “Adda passà ’a Nuttata”. La notte non è passata e ce lo dimostra il diktat dell’Italia ballerina di questi giorni, che strizza l’occhio a vecchi fantasmi ideologici, nella bizzarra e clownesca modalità di affrontare le questioni sociali e politiche. Ottimo il cast capeggiato da Giovanni Esposito e Antonio Marfella. L’ultimo elogio alla Cooperativa teatrale Gli Ipocriti, attiva dal 1972, perché il teatro è fatto anche di idee, coraggio e impresa.

Rosario Pipolo

MILANODABERE.IT – quotidiano online di intrattenimento – 12.03.2010


UNA BIENNALE MEDITERRANEA

Non a caso Maurizio Scaparro ha dedicato al Mediterraneo il Festival della Biennale 2008-09. A rispondere al tema ecco ora due spettacoli che da oggi risalgono al passato. Si rifà alla seconda guerra mondiale Erri De Luca in Morso di luna nuova, “racconto per voci in tre stanze” che fa rivivere l’orrore dei bombardamenti nella Napoli del 1943 ricreando una di quelle cantine usate come rifugi dove otto persone diversissime cercano di sfuggire al terrore delle bombe. Ne guida i gesti, gli sguardi, le voci, le risonanze con sensitività vicino alla perfezione, graduando gli attimi in una serata emozionante Giancarlo Sepe, con le musiche di Harmonia Team, partendo dalle piccole godibilissime gag dei ricoverati per chiudersi con la rivolta della città contro i nazisti. Da vedere assolutamente….

Franco Quadri

la Repubblica – 02.03.2009


LA “LUNA” DI DE LUCA SUI TERRITORI DELLA MEMORIA

Elegia di una città chiamata Napoli. Racconto della fame e del dolore, della paura delle bombe che cadono a grappoli interrompendo il sonno e distruggendo le case, della morte e della voglia di vivere, di sognare, di amare. Immagini non remote di guerra e desideri non cancellati che assomigliano a quelli di tanti che la guerra continuano a viverla come un sogno interrotto. La guerra l’hanno raccontata in tanti. Il teatro accoglie ora a Venezia la lingua dolce e rapida di Erri De Luca e del suo “Morso di luna nuova” al Teatro Fondamenta Nuove, per il 40° Festival Internazionale del Teatro de La Biennale, diretto da Maurizio Scaparro, ed a fine estate nuovamente in scena per il PorticiArtBox.

Racconto di gente costretta ai ricoveri antiaerei nella Napoli del 1943. Microcosmo di verità e di bugie. Applausi lunghi ed intensi, ed emozione forte a Venezia per la “prima assoluta” di questo spettacolo della Compagnia Gli Ipocriti, che la regia di Giancarlo Sepe restituisce come concertato di suoni, immagini, parole ritrovate nella memoria e messe insieme in rapido percorso appassionato.

Affidate ad un manipolo d’attori generosi, Caterina Sylos Labini, Giovanni Esposito, Antonio Martella, Antonio Spadaio, Marco De Notaris, Luna Romani, Giampiero Schiano, Simone Spirito. Fabbricante di visioni sospese, Giancarlo Sepe porta i suoi attori nei territori bui della memoria e ne accende i contorni in improvvise fiammate veloci, scandite dal suono disperato della sirena che annuncia l’arrivo degli aerei nemici, di grida spaventate, di sorrisi e di canzoni strappate al tempo della spensieratezza. Così nella scrittura di Erri De Luca trova vita il piccolo gruppo, disperato testimone dei giorni della guerra, dell’avvicinarsi della disfatta fascista, dell’eroica ribellione popolare delle “quattro giornate”. Nel ricovero sotterraneo si gioca il racconto della loro vita. Spettacolo struggente, a cui i pochi segni di scenografia ed i costumi di Bruno Buonincontri e le musiche, a cura di Harmonia Team, offrono preziosi contributi.

Giulio Baffi

la Repubblica – edizione Napoli 01.03.2009


I VINTI DI DE LUCA NELLA NAPOLI DEL ’43

Cinque minuti ininterrotti di meritati applausi e molte chiamate hanno sancito, al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, il successo dello spettacolo “Morso di luna nuova” ospite del 40. Festival Internazionale del Teatro. Il testo di Erri De Luca, un “racconto per voci in tre stanze” come da sottotitolo, è divenuto nelle mani del regista Giancarlo Sepe una messinscena attenta e delicata, efficace, dolorosa e a tratti terribilmente divertente. Con la sapienza dei migliori chef, che con perizia artigianale curano gli ingredienti per dare il giusto corpo a una ricetta, Sepe trasferisce sulla scena la densità della scrittura di De Luca (pensata in una “lingua madre” che mescola italiano e molto napoletano) e orchestra senza sbavature dialoghi e soliloqui di un cast di alto livello. E come il grande cuoco non si impone al palato, ma scompare nel sapore della sua creazione, così il regista non sbatte in faccia allo spettatore scelte ardite o bizzarre. Tutto fila con naturalezza. Il movimento scenico è curato e preciso, ma non artificioso. Le scene di Bruno Buonincontri cesellano ogni passaggio. E le parole escono nette, scolpite, lucide quando si parla della strage sanguinosa prodotta da un bombardamento come quando due guitti strepitosi (impersonati con divertente maestria da Giampiero Schiano e Giovanni Esposito) propongono una piccola farsa ambientata in un rifugio antiaereo. Sulle note di un valzer di Kilar, la teatralità (senza nessuna inflessione artificiosa) invade la platea senza scalfire la quarta parete, senza eccessi di fictio e senza facili strizzatine d’occhio al pubblico. È questo equilibrio generale che permette a “Morso di luna nuova” di raccontare con efficacia pacata le angosce di una Napoli stretta tra i rastrellamenti dei tedeschi e i bombardamenti degli alleati, in quell’estate del 1943 che culminò con una insurrezione popolare contro l’ex-alleato divenuto occupante e intruso. A parlare, in un climax doloroso e realistico che mostra una “città ricoverata”, sono gli scarti minimi di esistenze ordinarie stravolte dalla guerra, dalle corse nei rifugi al suono delle sirene, da una surreale divisione tra la vita alla luce e la vita sottoterra, assediata da grandinate di bombe che lanciano pezzi di carne fino al terzo piano. C’è una napoletanità fiera che emerge vigorosa, sfociando in una vitalità vigorosa fatta di mani che si uniscono e sentimenti che rompono la scorza dura dell’egoismo, impastata di lacrime e di un desiderio irrefrenabile di libertà.

Giambattista Marchetto

Il Gazzettino – 01.03.2009


QUATTRO GIORNATE A TEATRO LA NAPOLI DELLA LIBERTA’

Erri De Luca e «Morso di luna nuova»

«Età, mestieri e storie differenti, compresse in un assedio, rompono le distanze tra loro e vanno insieme, prima al passo, poi fino al galoppo. La macchina della storia maggiore si chiude a sacco sulle vite individuali, ma ci sono sussulti in cui le singole esistenze spezzano la camicia di forza e inventano la libertà». Così Erri De Luca sintetizza «Morso di luna nuova», il testo che Gli Ipocriti hanno presentato al Teatro Fondamenta Nuove nell’ambito del Festival internazionale promosso dalla Biennale. E dal canto suo, il regista Giancarlo Sepe spiega che «il cuore dello spettacolo è questo: una Napoli prima distratta, in cui ognuno pensa ai fatti suoi, e che quando però identifica un male che può aggredirla, ecco scattare una solidarietà incredibile, quel legame speciale che rende forte il suo popolo». Infatti, in epigrafe a «Morso di luna nuova» compaiono i due ultimi versi, e capitali, della «Luna nova» di Di Giacomo: «Puozze ’na vota resuscità!… / scetate, scetate, Napule, Na’!…». Ma la forza di quest’appello non sta nella citazione in sé, bensì – come chiarisce la didascalia iniziale – nel fatto che quella canzone «non appartiene alla scena, non viene da una radio, nessuno la suona, i presenti non la sentono. Comparirà a caso, intermittente». In breve, l’omaggio che De Luca rende qui alla Napoli delle Quattro Giornate non sta tanto nell’esaltazione di quell’atto eroico, quanto, e soprattutto, nella circostanza che l’atto in questione già palpita nell’aria, serpeggiando sotto le volte del ricovero-incubatrice in cui si ritrovano, durante gli allarmi aerei dell’estate del ’43, i nove personaggi in campo (il portiere Gaetano con la moglie Rosaria e la figlia Elvira, il venditore di baccalà Emanuele, il falegname Oliviero, un anziano generale a riposo, la vedova benestante Sofia, il giovane di bella presenza Armando e il suo amico balbuziente Biagio). Dunque, l’efficacia straordinaria del testo consiste – a dire di quell’incubazione – nella compresenza di battute tendenti a sdrammatizzare (vedi i superstiti di un bombardamento che, «ianch’e povere», paiono «tante alici ’nfarinate, pronte p’essere menate int’ ’a tiella») e di altre che, senza rinunciare all’ironia straniante, di pari passo la tramutano in agghiacciante cronaca («E i cani cercavano mmiez’ ’e pprete ’e s’abbuscà nu piezzo ’e carne nosta»). Arriva persino alla messinscena di un autentico sketch da avanspettacolo, questo straniamento. Ma il finale è amarissimo: Elvira, pur dopo che è scoppiata la rivolta contro i tedeschi, si copre gli occhi con le mani, per non guardare (ovviamente è la citazione de «Il mare non bagna Napoli» della Ortese) una realtà che comunque resta dolorosa. Sicché eccolo, il pregio fondamentale di «Morso di luna nuova»: mescola l’atto di fiducia nella capacità di risollevarsi e riscattarsi di Napoli con la coscienza, disperante, che di solito quel conato di libertà è solo un accidente transitorio. Ebbene, direi che Giancarlo Sepe ha messo a fuoco tutto questo con grande intelligenza e non minore precisione, poiché la sua regia si fonda, per l’appunto, sul concetto di «soglia». E basterebbe, al riguardo, considerare la sequenza iniziale, in cui il suono lacerante della sirena arriva a tramutare l’immobilità da archetipi dei personaggi schierati al proscenio in una vorticosa corsa in tondo, sull’onda di un valzer di Kiliar.

Enrico Fiore

Il Mattino – 01.03.2009


SE LA LUNA E’ ASSENTE … NON SEMPRE VINCE LA PAURA

La luna nuova è una luna assente, nascosta, che lascia l’uomo solo; la sua luce, che rende sicuri i passi incerti nella notte, non è presente nello spettacolo diretto da Giancarlo Sepe e debuttato al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia. Tratto dal racconto per voci in tre stanze scritto dal controverso Erri De Luca, Morso di luna nuova affronta il periodo tragico vissuto dai napoletani durante la seconda guerra mondiale, quando la città era assediata dalle truppe tedesche.Immerse in un buio totale si intravedono le sagome di otto figure disposte in riga, l’una di fianco all’altra. Con passo deciso si avvicinano silenziosamente verso il pubblico come se volessero frantumare la quarta parete, ma sono costretti a ritirarsi, non possono procedere oltre. Il rumore delle onde che si infrangono e si rincorrono irrompe sul palcoscenico, è proprio il mare a dettare i confini oltre cui non ci si può inoltrare; ma quello che spaventa i personaggi in scena si può solo ascoltare e non vedere. Suoni di campane, l’urlo delle sirene che avverte del pericolo di un attacco aereo del nemico e una voce tedesca, che dolcemente invita ad alzarsi, aprire gli occhi e avvicinarsi, evocano in pochi istanti uno scenario della seconda guerra mondiale.

Gli otto personaggi iniziano a correre ordinatamente, seguendo uno schema, un percorso; i loro passi sembrano avvicinarsi a una corsa militare e perfettamente si addicono alla musica che ricorda un walzer. Diventa una fuga organizzata, dove ognuno tiene stretto a sé i propri effetti personali e solo nel momento in cui insieme si bloccano, sempre rigorosamente in riga verso il pubblico, i loro volti esprimono paura, sentimento che durante la corsa non si percepiva.

Dopo un incipit ad effetto, affidato alla impeccabile coralità corporea degli attori e rafforzato dalla musica e dalle luci, si entra dentro la storia tragica di otto napoletani costretti a scappare per salvarsi dai bombardamenti che impazzavano nell’estate del 1943 in città. Dentro uno dei tanti rifugi sotterranei, si incrociano le vite dei due giovani amici Biagio e Armando con quelle della famiglia di Gaetano, il portiere dello stabile, della moglie Rosaria e la figlia Elvira, del generale a riposo e dei due lavoratori Emanuele e Oliviero. Nei loro dialoghi emerge la napoletanità, la forza unica di un popolo che non si dà per vinto, che nonostante il terrore riesce a reagire: sono le famose Quattro Giornate di Napoli, i giorni dal 27 al 30 settembre 1943, che segnarono il riscatto della città. Il coraggio e l’eroismo di quei giovani che sono riusciti a scacciare l’esercito tedesco in attesa di quello americano liberatore, non è rappresentato dalle azioni, ma qui affidato alle parole: orrore e fiducia, voglia di riscattare le proprie vite e la propria gioventù, attaccandosi a piccoli gesti che infondono grande speranza. E così il canto del canarino di Biagio, oppure il semplice mettere la testa sotto l’acqua del mare per non sentire più il rumore delle bombe, guardare il cielo stellato senza occhiali e assistere a una allegra farsa che ricorda Scarpetta, servono per riuscire a respirare e superare quei momenti difficili sospesi tra la vita e la morte.

Giancarlo Sepe firma una regia impeccabile, priva di sbavature, riuscendo a costruire scene corali che risultano delle vere e proprie coreografie. Merito anche degli attori: Marco De Notaris, Giovanni Esposito, Antonio Marfella, Luna Romani, Giampiero Schiano, Antonio Spadaro, Simone Spirito e Caterina Sylos Labini che si muovono in perfetta sintonia, trasmettendo emozioni anche grazie all’uso del dialetto napoletano, rendendo così le sensazioni ancora più autentiche. La scenografia, data da quinte rigorosamente nere che diventano paraventi e angoli del rifugio, è curata da Bruno Buonincontri. Costruito intorno alla melodia del pezzo di Salvatore di Giacomo Luna Nova, il racconto si intreccia con le musiche di Harmonia Team in collaborazione con Davide Mastrogiovanni: suoni di strumenti ad archi e la dolcezza di melodie classiche si mescolano con i rumori assordanti dei bombardamenti, che impediscono di sentire le preghiere dei personaggi in scena.

Morso di luna nuova è uno spettacolo dove immagini sonore e visive colpiscono lo spettatore, grazie anche agli incredibili giochi di luce di Rocco Giordano, che nonostante l’assenza della luna, riesce a riprodurre un’atmosfera in cui alla fine i passi incerti nel buio diventano fondamentali per prendersi una rivincita con il nemico.

Carlotta Tringali

Giornale di bordo del 40° Festival Internazionale di Teatro La Biennale di Venezia – 28.02.2009


LA NAPOLI CHE SA STARE IN PIEDI

Il rumore del mare trascina lo spettatore nella realtà di Napoli, la città ricoverata, il manicomio, la città che, distrutta, si rialza sempre. I corpi degli attori emergono dal buio. Sono trascinati dalla corrente della vita e della paura. Corrono, ognuno con il proprio bagaglio, in circolo, perché non c’è più un posto in cui andare. La guerra ha distrutto tutto, ma non la forza degli abitanti della città. Almeno, non di quelli che si ritrovano insieme nel rifugio antiaereo, a condividere la tragedia della seconda guerra mondiale. Rappresentanti di quella popolazione partenopea che, stretta tra i tedeschi e gli alleati, riuscì a liberarsi durante le “quattro giornate di Napoli”, dal 27 al 30 settembre del 1943. Morso di luna nuova, spettacolo andato in scena ieri sera al Teatro Fondamenta Nuove, diretto dal regista Giancarlo Sepe, basato sul racconto per voci in tre stanze di Erri De Luca, con l’alternarsi di luce e buio, con il rumore delle bombe e il silenzio del terrore, ha ricordato all’uomo la sua fragilità. Quanto tutto sia precario e instabile e quanto, allo stesso tempo, sia forte la capacità di resistere. La “Napoli che sta sotto” è capace di distruggere la “Napoli che sta sopra”. Anche se l’unica arma a disposizione è l’autoironia.

Gesti, espressioni e dialetti, in un mondo deserto, possono essere la certezza, il legame tra gli esseri umani. Ridere di se stesso è l’unico modo che ha l’individuo per salvarsi, quando ha paura. Perché avere la capacità di prendersi in giro è il primo passo verso la conoscenza delle proprie debolezze, ma soprattutto del proprio coraggio. Se si è tanto leggeri da preoccuparsi del caffè, mentre piovono bombe dal cielo, si è capaci di sopportare di tutto. Evadere non è andare a vivere in un altro mondo. È vivere il proprio quando viene impedito dalle circostanze, continuare a camminare su un terreno che sta per saltare in aria. Volare sopra di esso, se necessario.

Il buio e il nero dominano la narrazione, resi vita dalle musiche che, da sole, fanno andare avanti il racconto. Ci viene mostrata una città fatta da uomini coraggiosi, persone che si incontrano, si conoscono e vivono insieme il sentimento più antico e devastante dell’uomo, la paura. C’è Biagio (Antonio Spadaro), con il suo canarino miracoloso, che lo avvisa delle bombe prima della stessa sirena. Con lui, l’amico Armando (Simone Spirito), il sovversivo. Ci sono Oliviero (Giovanni Esposito) ed Emanuele (Giampiero Schiano), con le loro riflessioni amare e, allo stesso tempo, leggere, che rappresentano tutto lo spirito di Napoli, la capacità, tipica del suo popolo, di ridere delle proprie tragedie; c’è Elvira (Luna Romani), che vede solo il mare, perché è il suo rifugio. Con lei anche la madre Rosaria (Caterina Sylos Labini) e il padre Gaetano (Antonio Marfella), portiere dello stabile. E, poi, c’è il generale (Marco De Notaris), l’ultimo ad accettare il tradimento tedesco. Anche lui è un uomo, ha solo più paura degli altri.

Una riflessione su come rialzarsi, sul non piangersi addosso, sulla capacità di reagire, sempre e comunque. Sotto i colpi delle assurdità umane o, semplicemente, della sfortuna, l’importante è mantenersi in piedi. Anche se, dopo una caduta, nulla sarà più uguale. Il giovane Armando non aveva mai sparato. La sua vita non sarà più quella di prima, ma sarà vita. Alla fine, Napoli insorge. Si libera da se stessa.

Dafne Foderà

Giornale di bordo del 40° Festival Internazionale di Teatro La Biennale di Venezia – 28.02.2009

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