Una notte in Tunisia

di Vitaliano Trevisan

Trama

Un grande uomo politico italiano, per sfuggire alla giustizia si rifugia in esilio volontario presso uno stato amico – la Tunisia, ed elegge a sua residenza permanente quella che un tempo non era che una seconda, o terza o quarta casa. Qui egli vive, o meglio sopravvive, con la sua famiglia, ovvero ciò che ne rimane: la moglie Elisabetta ed il fido assistente Cecchin. I figli, Cinzia e Stefano, sono tornati a vivere in Italia; gli amici – amici!, non si fanno più vedere; perfino i nemici – nemici!, sembrano ormai perso la memoria della sua esistenza. In questo limbo – post-vita?/pre-morte?, dove la malattia ha infettato i corpi e gli spiriti dei protagonisti, irrompe, in forma di fratello, un fattore X che rompe l’equilibrio. Anticorpo?, retrovirus?, farmaco o veleno? Dipende, il confine non è netto, i termini sono interscambiabili, le attribuzioni incerte. Quel che è sicuro è che, nel corso di quella notte in Tunisia, alcuni nodi vengono al pettine e, com’è proprio della loro natura, oppongono resistenza

in coproduzione con Teatro Franco Parenti
regia Andrée Ruth Shammah;
scene e costumi Barbara Petrecca; Yuval Avital per la scenografia sonora di “Mise en abime”; luci Gigi Saccomandi
interpreti: Alessandro Haber, Martino Duane, Pia Lanciotti, Pietro Micci

Appunti notturni alla vigilia del primo giorno di prove. Appunti per una messa a fuoco.

Dare fisicità alla tensione che sento da mesi, da quando questo testo mi è arrivato tra le mani…

Creare lo spazio adatto per raccontare un corpo, quel corpo e con il suo isolamento trovarsi dentro la sua solitudine per arrivare a una dimensione altra… Un punto centrato fuori dal tempo in un presente che è già storia, un presente capace di guardare dentro al nostro presente… Una scena che respira, suoni che arrivano e si allontanano. Una intera opera creata dal giovane compositore Yuval a disposizione dello spettacolo…momenti inquietanti con voci che arrivano con il vento… Nessuna necessità di simulare la realtà. Creare le azioni con le didascalie. Cecchin veneto come l’autore che avrà la grazia, la puntualità, il modo di muoversi dentro e fuori dalla sua parte di Pietro Micci, è lui che impaginerà lo spettacolo, che muoverà la leggerezza della scena. Cecchin parla in terza persona ma quando serve a X esegue alcune azioni vere, reali – alcune sì, altre no…Lasciarsi andare alle suggestioni delle prove: alcune cose saranno giuste altre no… Immaginare il fratello che vola oltre al parapetto… no! Non si tratta di trovare in nessun modo di rendere l’azione credibile. Far dire la didascalia all’attore. E alla moglie l’intenzione nascosta di farlo cadere giù perché la moglie è l’amore per i figli, per la famiglia, è l’amore al di sopra di tutto, l’amore che non cede, che cerca di inventare soluzioni per riuscire a farlo tornare ad operarsi con i medici migliori e il sogno-incubo del marito di andare al proprio funerale forse, chissà? Le ha dato l’ultima pazza idea…

Già nella prima scena si dice “neanche da morto vuol tornare in Italia”. Si fa strada l’immagine di una bara. Non devo farmi tentare di impiegare immagini per rendere più facile, più comprensibile l’ascolto del testo. Lavorare dentro e intorno alle parole per muovere sentimenti e pensieri. Creare la giusta tensione e nel pubblico una grande attenzione del cuore e della mente. Un grande tavolo – il suo tavolo – che continui la linea obliqua della prima parete di garza che crea l’aeroporto (la linea obliqua mi è stata suggerita dall’autore che devo ricordarmi di ringraziare pubblicamente appena ne avrò l’occasione, anche per aver dedicato molte ore a leggere il testo con Alessandro Haber – attore scelto da lui – e che ha scelto me d’accordo con i Balsamo co-produttori di questo spettacolo veri amici di un tempo, di quel tempo, e anche di questo devo ringraziarlo perché sento che tra me e Alessandro sarà un incontro vero, importante). Il tavolo presente sin dall’inizio in trasparenza… La sua presenza si fa sentire anche con l’assenza. É la fisicità di Haber, la sua voracità, il suo talento, la sua energia compressa sempre pronta ad esplodere – così simile a quella di X – che renderà possibile dare fisicità a quella tensione che vorrei mettere in scena. Per contrasto, fare esistere il fratello con le sue contraddizioni, la sua paura di farsi ancora una volta coinvolgere, il suo gusto di discutere, di dibattere, di parlare, di leggere ad alta voce le parole scritte per vedere se un pensiero funziona… (tentazione di far leggere tutto il testo, di disseminare la scena di leggii ma no, solo X, solo lui dovrà leggere se stesso!).

Ed è anche per contrasto all’ossessivo bisogno di X di ragionare e alla sua disperazione di non sentirsi utilizzato e alla temperatura che creerà Haber sul palcoscenico che riuscirò a costruire il personaggio dell’unica donna in scena usando la voce dei sentimenti senza paura di perdere modernità. Una morte vicina e la passione della vita come malattia. Una ribellione che contiene una infinita dolcezza e che su di me è struggimento…una Tunisia arcaica ferma nel tempo, odori, profumi, vuoto “nel vuoto tutto si logora, si disgrega, si decomp..o..ne”, i cieli di Piero Guccione e vento e lontananza. L’intelligenza non utilizzata che ossessivamente cerca di riempire il vuoto, quel vuoto… Una prova d’amore. La forza che può avere il teatro nel chiederti di metterti in gioco fino in fondo, fino a fare tremare le corde in scena e farle ballare prima di sollevare una garza e con il gesto più semplice dar vita a una nuova scena, l’ultima dove giochi il tutto per tutto, nel corpo a corpo con un testo e l’avventura teatrale che comincia domani e lo so, l’emozione stanotte non mi lascerà dormire.

Prima del debutto milanese, ho definito il mio lavoro per questo spettacolo “messa a fuoco”. Si trattava infatti di mettere a fuoco i personaggi, i sentimenti, l’atmosfera, le parole dette, le parole scritte, e, soprattutto, un’idea di teatro. Oggi che lo spettacolo ha debuttato, che ha preso vita passando attraverso quella essenziale messa a fuoco, posso più semplicemente chiamare quello che ho fatto, regia.

Andrée Ruth Shammah

L’idea di questo lavoro nasce nel 2004, dopo la lettura di un libro del figlio di Bettino Craxi, Bobo che riportava una serie di ricordi sul periodo di Hammamet. Poi ho cominciato a informarmi, soprattutto attraverso gli ultimi discorsi di Craxi; ho visto un personaggio shakespeariano, tragico per eccellenza; un uomo di grandissimo potere nel momento in cui ogni potere gli viene meno; un uomo in decadenza e in malattia …

Vitaliano Trevisan

Mise en abîme.

Mise en abîme è un’opera intera, commissionata dal Teatro Franco Parenti per lo spettacolo Una notte in Tunisia. L’ho composta tenendo chiari tre percorsi: quello del pubblico e privato, quello del luogo e del non luogo (l’esilio) e soprattutto quello della morte e dell’esaurimento nella morte. Tre vettori che confluiscono in un esito potente, tremante, ma assolutamente indefinibile. C’è un testo, molto importante, che occupa completamente lo spazio scenico. Quindi Mise en abîme è un’opera parallela che non entra in conflitto con il testo, ma lo avvolge. Una composizione scritta come una “non musica”, che accompagna degli stati immobili, che esprimono un non luogo, un rispecchiarsi all’infinito. Una non musica eseguita però da un organico gigante, trentaquattro fisarmonicisti, un coro di oltre novanta elementi, dei solisti e quattro direttori d’orchestra. La voce crea i movimenti del mare, le onde. Dalle sillabe nascono versi in differenti linguaggi e non linguaggi, perché il definito diventi indefinito. La prima esecuzione dell’opera è stat curata dalla direzione delle strategie tecnologiche Rai di Milano, in collaborazione con Mega global arts e l’Università di Milano.

Yuval Avital

Note sulle scene

Andrée mi aveva parlato di un uomo su una zattera in un mare di quotidiani. Io, quando ho letto il copione, ho immaginato e proposto un bozzetto che mantenesse la sospensione in un’immagine unica, senza cambi scena e che sostituisse un picco di roccia che si erge in un mare di sabbia, come se fosse la stessa materia disgregata. La sabbia era per me sia il segno dell’isolamento desertico, sia della perdita di qualsiasi contatto con la forma. Andrée con il mio bozzetto in mano ha avuto una serie di intuizioni. Ha recuperato un bellissimo tappeto color sabbia, su cui ha impiantato delle lastre di metallo al centro (che richiamavano l’idea della zattera), su cui ha poggiato il grande tavolo dell’ingresso, come scrivania di X. Era l’occasione giusta per recuperare una vecchia poltrona dell’ufficio di suo padre, che da tempo le stringeva il cuore ogni volta che la vedeva abbandonata lì nel laboratorio dei nostri tecnici! Si è così composta, in poco tempo, un’immagine molto semplice. Per rendere l’impianto classico del testo, ha pensato al boccascena ligneo disegnato da Fercioni per la Maria Brasca. L’intuizione finale, che ha reso ancora più metafisico il tutto, è stata quella di proiettare sul fondale i cieli di Piero Guccione. Aveva trovato il dettaglio che mancava…

Barbara Petrecca 

Assistendo alle prove

Penso che Guccione sarebbe o sarà compiaciuto di questo uso della sua opera, una vera e propria rivoluzione che trasforma la sua pittura in realtà. Nasce un altro senso della sua opera. Si realizza un avanzamento del significato, un miglioramento dell’immagine. Guccione ha scelto di muoversi nello spazio di una tela che è uno spazio controllato. Andrée Shammah lo ricrea in uno spazio differente, molto più grande, quello, appunto di un palcoscenico. Lui si contiene in un dipinto da camera che in quella camera contiene tutto il mondo che ha davanti e aumenta il significato dell’opera. E lo fa diventare il fondale di una storia che si svolge davanti al mare, ad uno spazio senza spazio. Ciò a cui punta Guccione è la luce, l’infinito, una luce senza fine. Che poi diventa una luce della mente, della ragione. Non è un caso che Piero Guccione abbia come suo faro Piero Della Francesca, cioè un pittore che proietta una luce interiore nei suoi dipinti e nei suoi racconti… Qui il racconto non c’è, c’è lo spazio, senza racconto, e lo spazio è senza limite e quindi non si tratta neppure di uno spazio. Il tutto diventa una emanazione del pensiero. E probabilmente questo che Andrée Ruth Shammah ha visto nelle opere di Guccione. Non un paesaggio o un cielo. Non siamo in presenza di una visione fenomenica, ma di qualcosa che va oltre l’immagine per diventare pensiero. Il limite di Guccione è arrivare ad una pulizia che è quasi estetizzante. E invece proiettandola si trasforma nella materia nuova della tela e della garza che corrompono quella incorrotta luminosità e la sporcano facendola diventare qualcosa che ci riguarda da vicino. Vedendolo sarebbe compiaciuto. Un po’ irritato perché lui non è mai riuscito a realizzare una cosa del genere. L’effetto della proiezione offre un’immagine moderna. Certamente la considererebbe come una imprevista alterazione della sua immagine. Ciò che era integro si corrompe, ciò che era unito si divide. Prendere una idea unitaria e assoluta e proiettarla sembra restituirne la condizione psicologica.

dichiarazione rilasciata da 

Vittorio Sgarbi

“Notte in Tunisia”, all’estremo della vita umana

Tra i nostri scrittori Vitaliano Trevisan è uno dei pochi che sia maturato nel corso del tempo. Non solo. Se i più sono inchiodati al libro, tra quanti si svincolano dalle origini quasi nessuno compie un vero processo di comprensione del proprio lavoro e di come esso si pone in relazione al contesto. E poiché a Trevisan pensiamo come narratore, egli appartiene a quell’esiguo numero di scrittori italiani che hanno mantenuto in vita la tradizione drammaturgica dopo Pirandello e, se si vuole, dopo Carmelo Bene e Dario Fo. Penso a Savinio, a Gadda, a Flaiano, a Parise, a Wilcock. Tutta questa premessa per dire che “Una notte in Tunisia”, in scena al Quirino per la regia di Andrée Ruth Shammah, è uno spettacolo dei due o tre più belli che si siano visti quest’anno. Ne hanno gran merito la regia attentissima agli equilibri tra pieni e vuoti, tra spazio dilatato e tempo (del discorso) pieno e quasi torrenziale. E soprattutto Alessandro Haber. Accompagnato da un esilarante Pietro Micci, che è il cameriere Cecchin, da Pia Lanciotti (la moglie) e Martino Duane (il fratello), qui, nella parte di un politico alla ingloriosa e forse ingiusta fine della sua carriera – nel momento in cui l’uomo con il potere perde la potenza – Haber è, al contrario del personaggio, all’apice della sua espressività. Vederlo muovere braccia, mani e dito indice o pollice; ascoltare le sue pause e le sue riprese, il suo lasciar fluire la musicalissima prosa di Trevisan, diventa uno spettacolo incantatorio. Dismessa ogni aggressività, o ogni compiaciuto esibizionismo, come il suo eroe al tramonto gli imponeva, Alessandro è, come da sempre aspira a essere, attore integro e sommo. Ma c’è poi, o prima di tutto, il testo, cioè “Una notte in Tunisia”. Al pari che in suoi recenti libri (“Grotteschi e arabeschi” e “Tristissimi giardini”), Trevisan si rivela infine libero dall’ipoteca stilistica di Bernhard da lui tanto amato. Dello scrittore austriaco è rimasta l’eco di una musica sdegnosa; c’è il nome, ma non più che la sua pronuncia. Per il resto Trevisan oggetti vizza se stesso, disegna i tratti salienti di un personaggio che non teme di prendere di petto ciò che gli è capitato e quanto lo attende: prima l’esilio, poi la malattia e la morte. Certo, come egli dice, tutto è politica. Anche gli estremi accadimenti della vita umana. Ma non di “politica” o di cronaca l’autore ci parla; bensì di ciò che in essa ci tocca in sorte, senza speranza di redenzione.

Franco Cordelli

Corriere della Sera – edizione Roma

19/05/2011


La metafora di “Una notte in Tunisia”.

I personaggi della vita politica non hanno trovato spazio apprezzabile sui palcoscenici, non sono cioè diventati personaggi di teatro. O meglio lo sono stati come oggetto di satira ridanciana, di caricatura un po’ rozza che ne enfatizzava i difetti esteriori perché si ridesse di loro. Il Salone Margherita in passato ne fu la sede con diretta tv, finché non calò la scure del disinteresse. Perciò ci coglie a freddo lo spettacolo approdato al Quirino in chiusura di stagione, “Una notte in Tunisia” su testo di Vitaliano Trevisan, in scena fino al 22. Non è la Tunisia dei nostri gironi di fuoco bensì quella anni ’90 del secolo scorso che ospitò Bettino Craxi, autoesiliatosi nell’ultimo scorcio di vita (morì nel 2000). Latitante per la giustizia italiana, incupito dalla depressione e dagli acciacchi, fu protagonista in tale solitudo come lo era stato fino a poco prima nella politica nazionale. Trevisan lo pone al centro di una situazione immaginaria in cui gli è unico compagno e interlocutore passivo il portiere di notte dell’Hotel Raphael, sua residenza romana. E ne fa il perno di una costruzione drammaturgica eccellente per asciuttezza e intensità dialettica, evitando il giudizio storico. Anzi, con l’intento di elevare il tutto alla metafora di un politico privato della politica, copre l’identità di Craxi con il nome enigmatico X, lasciando che siano i suoi pensieri, gli scatti polemici, le invettive a farcelo riconoscere per quello che fu, nel bene e nel male. E per quanto l’ottimo Alessandro Haber, nell’impersonarlo sulla scena eviti la smaccata imitazione e si tenga su una asettica “lettura”, le battute rinviano chi visse quegli anni ad una crisi della vita pubblica tuttora avvertibile. Ed è qui il sale e il pepe del manicaretto di Trevisan. Dunque, nell’azione immaginata giungono in Tunisia ad Hammamet la moglie e il fratello di X – contrassegnato come personaggio da XX -, quest’ultimo recando con sé referti e lastre dell’ultimo controllo medico dell’esiliato, documento irrefutabile della malattia terminale. Lui, X, è tutto immerso nella raccolta delle memorie da lasciare per l’Italia. Dove non intende più tornare. Ma una notte il vento tunisino…Il dramma umano di X è nel farsi egli stesso, con la malattia che lo divora, l’emblema del marcio che dilaga nella società. Da qui l’ossessiva e brillante esternazione, a volte becera, per esorcizzare la morte che arriva. Tragicommedia secondo la definizione apposta da Trevisan al suo copione. Che la regista Andrè Ruth Shammah racchiude in forme semplici, secche, senza abbandoni emotivi. Dando spicco alla parola teatrale e alla metafora che le è sottesa.

Toni Colotta

Avvenire

15-05-2011


Quel Craxi tormentato che ricorda Bernhard.

Raffigurare Bettino Craxi come un personaggio alla Thomas Bernhard, trasformare il più controverso emblema delle contraddizioni della vita pubblica italiana degli ultimi decenni in uno di quei vecchiacci logorroici, ossessivi, livorosi che popolano il suo teatro. Vitaliano Trevisan, bernhardiano di ferro, conosce bene i ritmi, l’andamento circolare della frase tipici dell’autore austriaco, e li applica con estrema sapienza linguistica alle nostre vicende storiche recenti e attuali. Non si pensi che una simile scelta abbia un mero valore stilistico: trattando così la materia, Trevisan sottrae Craxi all’urgenza del dibattito politico, lo proietta in qualche modo in una sfera più assoluta. E’ buono, è cattivo? E’ colpevole, è vittima? Come tutte le creature di Bernhard, anche questo potente decaduto – d’altronde indicato genericamente come X – sfugge al giudizio: tormenta gli altri, tormenta se stesso, esprime pensieri al veleno e fa intuire una devastante solitudine. Nei suoi incessanti sproloqui, pronunciati dal tavolo su cui scrive debordanti memorie, il leader morente parla anche dell’Italia di ieri e di oggi, dove “lo Stato non è mai esistito”: tratteggia perfidi ritratti di un De Michelis – qui chiamato Dal Molin – perennemente impomatato, o del regista premio Oscar che dopo essere stato ospite ad Hammamet lo denigra sui giornali. Neppure il figlio ne esce bene. Ma questi strali trascendono la cronaca per diventare parte di una cupa maschera espressiva. Ho molto apprezzato l’idea di accostargli l’irresistibile personaggio di Cecchin, l’ex-portiere dell’Hotel Rafael, silenzioso segretario tuttofare vagamente beckettiano, ambiguo alter ego, l’unico in grado di tenere testa alle sue costanti provocazioni e ai suoi sfoghi maniacali. Non mi ha invece per nulla convinto quel tocco da thriller che Trevisan ha voluto aggiungere, il fratello del protagonista che viene forse ucciso dalla moglie per avere una specie di sosia del quale celebrare il funerale. Cogliendo bene il senso del copione, la Shammah ha allestito uno spettacolo sospeso tra la realtà e una febbre visionaria, a tratti sottilmente spettrale. Alessandro Haber sfoggia un grande estro mimetico evocando quell’inquietante presenza che, nelle fattezze, nella voce, un po’ ricorda Craxi e un po’ assume un’esistenza autonoma. Pietro Micci è bravissimo nei panni del mefistofelico Cecchin, mentre Pia Lanciotti e Martino Duane sono rispettivamente la moglie e il fratello.

Renato Palazzi

Il Sole 24 Ore

24-04-2011


Haber-Craxi, un Buster Keaton nella tragedia.

Si chiama X, come fosse un uomo mistero. In realtà è Bettino Craxi così come lo immagina Vitaliano Trevisan in Una notte in Tunisia. Siede alla scrivania poggiando su uno sgabellino il piede divorato dalla cancrena. Intorno, oltre alle presenze intermittenti del fratello, della moglie, del segretario Cecchin, non vi sono che veli, gonfiati da un vento che non è solamente il soffio del mare, ma è la vita che arriva con le sue folate mortali. In quel luogo-non-luogo, X è un uomo alle prese con la solitudine della sconfitta. Dal suo esilio riconosce il trionfo dell’immoralità e la cecità in cui si dibatte la politica. Attende la morte e, nel frattempo, non sa come adattarsi alla vita. Parla, inveisce, prepara memoriali. A volte sogna. Parla leggendo un copione scaturito da se stesso. Quando accade agli altri di leggere, lo fanno per creare straniamento, per dilatare quel nucleo di lucida disperazione che può concludersi in un solo modo. E difatti X auspica che, in quel momento, Cecchin deponga sugli occhi due monete. Trevisan non ha scritto un pamphlet politico, ma ha meditato, evocando un po’ Bernhard e un po’ Beckett, sulla paralisi e sui sogni su cui può consegnarsi un uomo che è stato potente. La regista Andrée Ruth Shammah ha maneggiato la materia con un tocco squisito di pietosa secchezza, mentre Alessandro Haber dà al signor X accenti rabbiosi, melanconici, ironici, ne fa una creazione meravigliosamente umana, ben sostenuto dal “fratello” Martino Duane, dalla “moglie” Pia Lanciotti e da Pietro Micci, Cecchin: un Buster Keaton calato dentro una tragedia.

Osvaldo Guerrieri

La Stampa

12-04-2011


Ma quant’è bravo Haber nel ruolo di Craxi.

Della Tunisia non si scorge nulla ad eccezione di un lembo di tela che oscilla nel vento sulla battaglia di fronte a una villa che s’indovina celata tra gli sterpi, lontana dal consorzio umano. Alla sinistra dello spettatore scorgiamo due eccentrici personaggi. Una signora vestita di bianco e d’azzurro come una strana Vergine Maria s’interroga disperata sul destino che attende l’uomo della sua vita e un guru che cerca invano di consolarla. Anche se dalle parole che si scambiano si evince facilmente la loro identità (lei è Anna Craxi, moglie di Bettino, lui è suo cognato Antonio, seguace di Sai Baba), la sapiente scrittura dell’autore Vitaliano trevisan conferisce a quel colloquio quotidiano i toni accesi e frementi di un requiem. Dal momento che la disperazione dei congiunti, dopo aver amaramente constatato il precario stato di salute dell’eroe detronizzato, si concentra non sull’esito, purtroppo scontato in partenza, dell’intervento chirurgico cui Bettino sta per essere sottoposto ma su ciò che gli riserverà quest’ultima dilazione prima del suo congedo dal mondo. Al capo opposto della scena si intravede una terza figura, ieratica e solitaria: un segretario ammantato di nero di nome Cecchin. Ed ecco finalmente materializzarsi la maschera catartica di Craxi. A tratti esagitato in modo abnorme a tratti già murato nella fissità ipnotica, il personaggio assume nella rigida demarcazione del passo e nell’impressionante vivacità degli accenti regalatigli dal sorprendente magnetismo di Alessandro Haberalla tappa più prestigiosa della sua carriera una straordinaria mobilità di accenti. Una vittima che implora la pietà o uno spietato carnefice? Non lo sapremo mai poiché Una notte in Tunisia continua a strutturarsi come un work in progress che elude sia la condanna che l’assoluzione. Anche se la personalità di Craxi viene spietatamente analizzata, l’enigma non può né vuole additarci uno scioglimento. Nonostante il continuo lavoro di scavo di cui si fanno carico i nuovi corifei: la moglie dolente e appassionata di Pia Lanciotti e il fratello ilare e suadente di Martino Duane immerso da sedicente ministro di Dio nei misteri della fede. Nello spettacolo appassionato e vibrante diretto con suadente partecipazione emotiva da Andrée Ruth Shammah.

Enrico Groppali

il Giornale

04-04-2011


Haber e gli ultimi giorni di Craxi.

Sono miti e dolci le notti in Tunisia. Profumano di gelsomino. Non per tutti. Non per quelle centinaia e centinaia di profughi che fuggono dal loro paese in cerca di un futuro incerto e drammatico. E nemmeno la notte è stellata per quell’anziano e sofferente signore, “Mister X” , che sta al centro di questa singolare e bellissima “pièce” di Vitaliano Trevisan da Andrée Ruth Shammah “messa a fuoco” nel suo teatro (fa “audience”, et pour cause, al Franco Parenti di Milano). Non verrà mai pronunciato il nome del protagonista. Ma fin dall’inizio lo spettatore subito riconoscerà colui che è stato uno dei nostri uomini politici più famosi e, controversi. Leader discusso, amato e odiato. È fuggito in esilio. E l’esilio è pesante, e ora è malato. È alla fine dei suoi giorni. Moglie e fratello, un fratello immaginato nella finzione, vorrebbero ricoverarlo per farlo operare dai chirurghi migliori, al tempo stesso tramando per un suo ritorno in Italia. Ma l’uomo non è disposto ad arrendersi. Sa, ma è battagliero come lo è stato in politica. Stanco, avvilito, il passato che come una grande nube ritorna a turbarlo, siede a un lungo tavolo-scrivania e si dà alla lettura o finge la lettura di quella miriade di fogli che raccolgono o vorrebbero raccogliere il suo memoriale (un Memoriale come quello di Napoleone a Sant’Elena) e che poi alla fine il vento scompiglierà e porterà via per sempre. Solo ad ascoltarlo, reagendo con lunghi silenzi o brevi battute (o pronunciando le didascalie), un servitore che è stato portiere all’Hotel Raphael, veneto come l’autore. Figura bellissima che Pietro Micci restituisce mirabilmente. È un testo, una metafora Una notte in Tunisia che lascia un segno profondo. Un testo amaro e al tempo stesso delicato, ricco di sfumature, scritto in una prosa bellissima e incisiva, che guarda al presente rinvangando un passato di cui non ci siamo liberati e che racconta con le parole giuste, meditate, essenziali, la solitudine di un uomo che la solitudine non accetta. La Shammah opera come se a tenerle la mano fosse Nadar, l’antesignano e principe dei fotografi. Nessuna sfocatura. E nessun attore se no Alessandro Haber potrebbe dare maggiore credibilità e verità al personaggio. Con un equilibrio di toni vocali e gestuali a tratti rabbrividente, con un’energia compressa sempre pronta ad esplodere. Il suo Mister X-Craxi a diventare una maschera tragica che non riusciremo a dimenticare. Affollata la prima. Con applausi da molti amici dell’ex leader socialista e consensi più pacati da parte di alcuni parenti presenti in sala.

Domenico Rigotti

Avvenire

01-04-2011


E Alessandro Haber è un Craxi disilluso che sa di avere perso.

Una notte in Tunisia di Vitaliano Trevisan, in scena al Franco Parenti, è un’importante riflessione sul nostro passato prossimo, su quella stagione che ebbe protagonista Craxi, qui “X”, personaggio avvolto nella sua solitudine, nella disperazione di una fine che si annuncia prossima, nella consapevolezza che il suo disfacimento fisico e politico è il simbolo e il segno del disfacimento di una società vuota di speranze, invasa com’è dal cancro dell’incultura, del piccolo interesse, dell’affarismo, dell’apparire. Andrée Ruth Shammah ha voluto un’atmosfera tesa, livida di rigore, veli bianchi a segnare una Tunisia che per X palpita solo di vento, e una grande scrivania alla quale è seduto un grande Alessandro Haber che la regista ha guidato lungo le strade di un’invettiva dal senso bernhardiano di rito ossessivo, implacabile e impeccabile, di una cerimonia funerea e solenne che rappresenta l’impossibilità, per X e per tutti gli altri personaggi, di intervenire sul proprio destino, condannati all’inazione e incapaci di vivere una verità qualunque essa sia. E lì seduto, quasi infisso beckettianamente in un presente di sconfitta, rabbia, dolore, impotenza, X legge se tesso, i propri scritti, ripercorre il suo pensiero, si scaglia contro nemici e amici, contro la solitudine alla quale lo hanno condannato, contro l’incapacità di una visione politica che vada la di là del qui e ora. Meraviglioso Haber, capace di esplosioni improvvise, di malinconiche ironie, di smarrimenti fugaci. Gli stanno accanto il fratello, interpretato da Martino Duane, la moglie (Pia Lanciotti) – personaggi che sembrano proiezioni della mente di X tanto sono trattenuti, rigorosi – e Cecchin (Pietro Micci), un segretario algido, servizievole ma anche colui che, leggendo le didascalie, fa proseguire e dà cornice alle azioni in uno spettacolo che è tensione e racconto di un finale di partita (persa).

Magda Poli

Corriere della Sera

01-04-2011


L’ultima notte di Craxi in Tunisia.

Chi era craxiano rimarrà ancor più delle sue idee; chi non lo era non lo diventerà di certo dopo aver visto Una notte in Tunisia in scena al Franco Parenti, scritto da Vitaliano Trevisan, autore abituato a muoversi sul crinale sottile che separa i sentimenti estremi dalla realtà dalla quale, peraltro, hanno origine. Un testo no agiografico, che certo non intende risolvere il “problema Craxi”, costruito piuttosto attorno alle angosce, alle disillusioni, all’incapacità di rassegnarsi, al vorace amore per la politica, alla nostalgia inguaribile per il proprio Paese di X alias Bettino Craxi. L’agiografia non è neppure la molla della regia molto sorvegliata di Andrée Ruth Shammah che immerge giustamente lo spettacolo in un clima onirico e grottesco (il protagonista cita Bernhard, guarda caso). Una notte in Tunisia è l’ultima notte di X. Un uomo solo e il vento del Mediterraneo che soffia ovunque nella casa di Hammamet, in attesa dell’operazione per un carcinoma al rene alla quale non sopravviverà. Un’ultima notte veramente finale, insieme al fido portiere di notte dell’Hotel Raphael di Roma, con la moglie e con il fratello chiamato dall’Italia perché lo convinca a ritornare in patria per essere curato, o andarsene da lì assumendo una falsa identità mentre il mondo che gli sta attorno vive come cristallizzato nelle sue fedeltà e nelle sue recriminazioni, nell’attesa della fine che verrà. Ma intanto si aprono scenari impensati con la morte del fratello che gli assomiglia così tanto…Tutto affonda nel mondo di X destinato a decomporsi, come i fogli del testamento politico che neanche gli amici di un tempo vogliono pubblicare e svolazzano ovunque, disperdendosi. Scandita in quattro scene in uno spazio candido più simile ad una tenda berbera che a una casa, inseguita da una nenia continua Una notte in Tunisia ha la linearità di un apologo ma dentro bruciano i sentimenti e i rancori fra cimeli e citazioni garibaldine. Interpretato da Martino Duane, Pia Lanciotti, Pietro Micci, Una notte in Tunisia può contare su un bravissimo Alessandro Haber nel ruolo di X: impressionante per il modo in cui costruisce il suo personaggio sfuggendo all’imitazione, ma suggerendolo con una partitura vocale e gestuale intensissima. Se poi ci chiedessimo a che punto siamo della notte che stiamo vivendo, beh non c’è da stare allegri.

Maria Grazia Gregori

l’Unità

01-04-2011

stagione 2011