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Predatori di pianura (titolo provvisorio)

di Andrea Pennacchi

Un omaggio a un grande autore che sa che la vita è tragedia e commedia mescolate insieme.

liberamente tratto da Bilora di Ruzante

scritto da ANDREA PENNACCHI

 

 

 

con

ANDREA PENNACCHI

 

e con due attori in via di definizione

 

scene, costumi e luci

ROBERTO TARASCO

 

 

regia

GABRIELE VACIS

 

 

Una coproduzione

Gli Ipocriti Melina Balsamo TSV – Teatro Stabile del Veneto

 

 

 

*La foto di Andrea Pennacchi è di Sonia De Boni

Dopo il grande successo di Arlecchino?, continua la collaborazione di Andrea Pennacchi con Gli Ipocriti Melina Balsamo e il TSV – Teatro Stabile del Veneto per un nuovo entusiasmante progetto.

Non è vero che la storia si ripete sempre uguale, anche se a volte sembra di sì, quello che si ripete sempre è il modo che hanno gli uomini di reagire al pesante tallone della storia. È questo che rende il teatro sempre attuale: riconosciamo anche in personaggi lontani da noi nel tempo le stesse reazioni, le stesse speranze o paure che avremmo noi al loro posto, anche se – in certi casi – non siamo disposti ad ammetterlo apertamente.
Ed è per questo che Ruzante (“il nostro Shakespeare” lo definì Dario Fo) è ancora così cogente, interessante, capace di farci ridere amaro su fatti che credevamo lontani e invece son nostri, su facce che credevamo sconosciute e invece sono nostre.
Bilora (“donnola”) è un piccolo predatore, un mezzo criminale costretto a migrare nella grande metropoli di Venezia, per “amore”, dice lui, perché un ricco gli ha rubato la femmina – che è sua di proprietà – e le cose non possono che finire male.
Un omaggio a un grande autore che merita più considerazione, un autore pavano nella lingua ma universale nei racconti, un uomo che sa che la vita è tragedia e commedia mescolate assieme. 
Andrea Pennacchi

Note di regia

Io sono seconda generazione. Padre bergamasco e madre padovana, immigrati a Torino, quando da quelle parti erano poveri e venivano a cercare fortuna nel nord ovest delle fabbriche. Sono cresciuto con mia nonna che ha parlato padovano fino alla fine. A cena, mia nonna e mia madre, tra loro, parlavano veneto. Mio padre e mia madre, tra loro, parlavano piemontese. Spesso a cena c’era il padre di mio padre, il nonno bergamasco, quando parlava con mio padre, tra loro, parlavano bergamasco. Se mia nonna veneta si rivolgeva a mio padre, lei parlava veneto, lui rispondeva in piemontese. Se si rivolgeva a mio nonno bergamasco, lei parlava veneto, lui le rispondeva in veneto. Tutti, comunque, con me dovevano parlare italiano, perché i miei genitori erano moderni. Per capirci: una situazione molto simile a quella che racconta Elias Canetti nel suo bellissimo libro “La lingua salvata”.

Scrive Luigi Meneghello, in quel capolavoro che è “Libera nos a Malo”: “Ci sono due strati nella personalità di un uomo: sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile da spiegare per chi non ha il dialetto. C’è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola in dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare…”

Angelo Beolco detto Ruzante, per me è sempre stato qualcosa di appercepito prima che imparassi a ragionare. Anche dal punto di vista teatrale. Nel senso che Shakespeare o Molière sono ferite superficiali, fino a Goldoni, che mi avvicinava già al dialetto dei miei nonni. Ma Ruzante è quel nòcciolo indistruttibile di materia apprehended che, in qualche modo, sta dietro, in fondo alla reazione a catena che ha sprigionato tutto il teatro dal Rinascimento in qua. Se non altro perché è la scrittura più antica che ci è arrivata dai tempi della Commedia dell’arte. E quello che ci consegna il tempo non è quello che rimane ma quello che resiste. Nei testi di Ruzante ha resistito la musica irresistibile del pavano dei nonni perché contiene quei caratteri che si vedono ancora oggi nei paesaggi di capannoni abitati da personaggi che, pur commerciando con tutto il mondo, sembrano to apprehend quel rancore atavico, quella diffidenza verso il mondo dei personaggi di Ruzante. Che conservano nella profondità della voce, nella cattiveria di gesti un universo di cui Andrea Pennacchi è interprete ideale. Perché, in particolare del secondo parlamento, Bilora, sono nello stesso tempo maschere e personaggi. Lo spettacolo che faremo, mi piacerebbe comprendesse e catturasse la musica di quel dialetto ormai incomprensibile nel significato ma contemporaneo nella musica. Mi piacerebbe comprendesse e catturasse quei personaggi antichi che ci spiegano, oggi che la realtà è finita, la possibilità di una prospettiva, magari di una realtà nuova. Perché il nuovo se non ritrova le sue radici più antiche è un’altra volta simulacro, piuttosto che realtà.
Gabriele Vacis