Vai al contenuto
Condividi su →

Le Stravaganti Dis-Avventure di Kim Sparrow

di Julia May Jonas

Tre donne impegnate in sfide quotidiane alla ricerca del proprio riscatto.

di JULIA MAY JONAS

traduzione MARTA SALAROLI

 

con PAOLA MINACCIONI

 

e con
MONICA NAPPO
VALENTINA SPALETTA TAVELLA

 

scena MARCO ROSSI e FRANCESCA SGARIBOLDI

costumi ALESSANDRO LAI

luci LUIGI BIONDI

musiche originali ROSSANO BALDINI

aiuto regia ELVIRA BERARDUCCI

 

regia

CRISTINA SPINA

 

una coproduzione
Gli Ipocriti Melina Balsamo e TSV – Teatro Stabile del Veneto.

 

 

*La foto di Paola Minaccioni è di Gianmarco Chieregato

SINOSSI

Le Stravaganti Dis-avventure di Kim Sparrow è una Dark Comedy che segue tre eccentriche intrappolate in una spirale di disperazione e tradimento.

Kim, una hipster quarantenne e manager di un negozio vintage, fa da mentore a Tussie, un’aspirante fashion designer non-binario di vent’anni. Il loro piano per rubare abiti di haute couture a una ricca cliente si complica quando Blatta, la più vecchia amica di Kim e ladruncola di professione, si inserisce con forza nel piano. Ne segue una commedia degli errori che porta a violenza inaspettata e a un duro confronto con l’identità e l’obsolescenza.

NOTE DI REGIA

La narrazione si sviluppa in due atti: la pianificazione della rapina, dove si stabiliscono le dinamiche di potere e le motivazioni, e un secondo atto dove le alleanze si spostano e i personaggi affrontano conseguenze brutali. Questa struttura costruisce una tensione crescente e rivela le verità più profonde sulle tre protagoniste mentre le facciate crollano.

Tematicamente, l’opera esplora l’obsolescenza in una cultura ossessionata dalla giovinezza, le relazioni intergenerazionali e come la disperazione spinga le persone oltre i confini morali. La domanda centrale: cosa succede quando persone, che si sentono scartate dalla società, cercano di prendere ciò che credono di meritare? Nella mente del piccolo ladro c’è sempre una giustificazione e un senso, in fondo, di giustizia…

La storia cattura perfettamente quella sensazione familiare a chiunque arrivi a New York: aspettare l’opportunità giusta, sperando che porti al successo. Ma Kim, Blatta e Tussie, stanche di aspettare che il destino bussi alla loro porta, decidono di prendere in mano la situazione. Rubare abiti pregiati e ricercati diventa il loro tentativo di crearsi un’opportunità, un futuro, una possibilità di avviare finalmente l’attività tanto sognata.

Un elemento che mi ha colpito nel testo è il ruolo simbolico del tempo, incarnato negli abiti vintage. Per essere considerato “vintage”, un capo deve avere almeno 25 anni, è il passaggio del tempo che lo rende prezioso e unico. Questa dinamica crea un paradosso affascinante: mentre i vestiti acquisiscono valore invecchiando, Kim, la nostra protagonista, vive nel terrore del tempo che passa, sentendosi perennemente fuori sincronia con il presente, vivendo in una sorta di eterno ritardo.

Il “vintage”, ormai fenomeno diffuso globalmente, eppure con un forte epicentro nelle metropoli contemporanee, è diventato più di una tendenza: è una filosofia di vita, una risposta consapevole allo spreco dell’industria dell’abbigliamento. C’è anche, nell’idea, la sensazione di indossare i vestiti dell’altro. Un atto performativo che a volte ti dà sensazioni di speranza, di fuga, di potere. Le protagoniste hanno un’ossessione per i vestiti e quello che rappresentano. Con i vestiti possono, come in un set cinematografico, cambiare epoche e luoghi. Il vestito è una pelle che identifica, maschera e nasconde, e al contempo rivela.

Questo spettacolo vuole raccontare la storia di uno spaccato di vita nella vivacissima e creativa Brooklyn contemporanea. Dentro questi negozi si può viaggiare attraverso quasi 100 anni di stili di moda, una stratificazione di oggetti e vestiti.

È sicuramente una riflessione sul mondo capitalistico in cui viviamo.  Sulla differenza di classe, sui ricchi e sui poveri, un esame spietato sull’essere umano. Su un mondo che ci vuole usare, comprare e mettere in costante confronto tra di noi per poter sempre dire chi è il migliore o il peggiore. Ciò che mi interessa sono le relazioni e le loro dipendenze e i loro incastri, il desiderio di queste donne di ottenere una rivalsa nella società. Nelle metropoli si avverte sempre più un senso di gentrificazione: le città diventano sempre più luoghi per ricchi, mentre i poveri devono allontanarsi, andare a vivere sempre più distanti nelle periferie, oppure alla tenera età di 45 anni condividere ancora un appartamento con delle coinquiline. La difficoltà di sopravvivere in una città come New York, oppure Milano, Roma, Parigi, è sempre più ardua e riuscire ad avere un proprio business è qualcosa che appartiene spesso ai più privilegiati.

Quando ho assistito ad una lettura, in una sala prove di Brooklyn, del testo teatrale di Julia May Jonas “Le Stravaganti Dis-Avventure di Kim Sparrow“, ne sono rimasta completamente affascinata. Questo fascino è cresciuto a ogni lettura, nutrito dalla straordinaria capacità della drammaturga di intrecciare commedia e tragedia mentre dipinge tre stravaganti protagoniste femminili. I brillanti dialoghi di Julia rappresentano il cuore pulsante dello spettacolo, sono musica, ritmo ed emozione. Un’esperienza teatrale ambientata interamente in un negozio vintage.

Ho scelto di portare quest’opera in Italia perché sono convinta che quest’azione, che si svolge in un negozio di Brooklyn, potrebbe accadere ovunque nel mondo e i temi trattati sono così universali, grandi e contemporanei che sono sicura possano risuonare autentici anche a un pubblico italiano. Il testo non è mai stato rappresentato nel mondo e siamo molto orgogliosi di essere i primi a portarlo in scena.

Cristina Spina