Uscita di Emergenza

di Manlio Santanelli

Beati i senzatetto perché vedranno il cielo

scene e costumi Bruno Buonincontri
musiche originali Pasquale Scialò
regia Bruno Cirino

con
Bruno Cirino e Nello Mascia

 

Sergio Fantoni sostituì Bruno Cirino nella stagione 1981/82

 

Primo debutto nazionale, Teatro San Ferdinando 7 novembre 1980

TRAMA

La commedia si svolge a Napoli, ai giorni nostri, in una stanza che minaccia ad ogni istante di controllare sul capo dei due protagonisti che tuttavia non trovano il coraggio di lasciarla.
Ma le indicazioni di luogo e di tempo non sono del tutto indispensabili alla comprensione della vicenda poiché la disperata solitudine che la pervade può senza sforzo alcuno appartenere ad una qualsivoglia area sociale colpita da un processo di lenta ed inarrestabile degradazione. Cosicché, eccettuati alcuni riferimenti specifici, potremmo ad ogni credibilità essere a Londra come a Parigi, a New York come a Buenos Aires.
C’è, semmai, di tipicamente meridionale una certa attitudine ad allontanare angosce e paure attraverso battute comiche, qualità proveniente da una atavica confidenza con la sventura. Trattasi, quindi, di una comicità mai fine a se stessa, ma sempre profondamente correlata allo sviluppo dell’azione.
Chiusi nell’angusto perimetro della loro stanza, un ex suggeritore (Cirillo) ed un ex sacrestano (Pacebbene) – l’uno esponente di un mondo laico quale il teatro, l’altro imbevuto delle più deteriori espressioni di una fede senza gioia – vivono una quotidianità che via via si colora di toni sempre più ambigui e minacciosi. La convivenza forzata, infatti, si traduce in un ininterrotto rapporto sadomasochista, cui fa da contrappunto il mondo esterno con i suoi crolli e i suoi laceranti miagolii di gatti famelici.
La minaccia di un crollo più vistoso li trova uniti, solidali, quasi due naufraghi accomunati dallo stesso destino. Ma quanto durerà questo precario e occasionale accostamento?

Note dell'autore

Detto fra noi non ho alcuna simpatia per le prefazioni, né tantomeno per quelle false varianti che oggi si ama definire “note introduttive”; e questo in modo particolare quando prefatore e autore, al confronto delle firme, con o senza lente d’ingrandimento, risultano fatalmente essere la stessa persona.
È un’antipatia che costeggia il diagio, se non addirittura il malessere. E una ragione c’è: per quanto ci si ponga nello stato d’animo più dimesso e colloquiale, raramente si sfugge all’insana tentazione – chi è senza peccato scagli la prima prefazione! – di spiegare tutto a tutti. E diciamocelo sinceramente: non c’è nulla di più intollerabile, ai giorni nostri, di chi si fa profeta di se stesso.
Senza contare il panico che certe introduzioni procurano a chi vi si addentri privo dei più aggiornati vocabolari.
Tuttavia, in qualità di autore del testo qui presentato, non posso esimermi dal fornire almeno qualche chiarimento su una motivazione personale che ha finito per fare da cornice all’intera opera. Ecco perché farò ricorso a quello che in altra occasione, vale a dire nel caso di altri, non esiterei a definire «bieco autobiografismo».
Si ha da sapere che ho trascorso la mia infanzia, e cioè dalla nascita ai venti anni – sì, proprio venti: è sempre stata una mia prerogativa prolungare le stagioni della vita molto oltre i loro limiti normali; e tuttora, a quarant’anni suonati, nutro seri dubbi di essere uscito dall’adolescenza – come dicevo, si ha da sapere che ho trascorso la mia infanzia in una augusta magione di un ancor più augusto edificio del centro storico.
Ma il destino, come nei migliori romanzi popolari, era in agguato. E infatti un brutto giorno due ingegneri del genio civile bussarono alla porta, entrarono, osservarono alcune lesioni alle pareti (che noi francamente avevamo considerato più che altro decorative), e dichiararono inabitabili tre quarti della nostra abitazione.
Confinati nell’unica ala dell’edificio ancora immune dai tardivi ma inesorabili effetti della guerra, desolati assistemmo alla progressiva muratura di balconi e finestre da parte di maestranze che lavoravano cantando «O sole mio». Fino a ritrovarci rinchiusi in una sorta di bunker, con l’incubo che anche quello un giorno o l’latro potesse crollarci sul capo.
Ma eravamo giovani e intraprendenti, e dopo un’iniziale titubanza durata non più di due anni trovammo il coraggio di trasferirci in una dimora meno angusta, ma un tantino più abitabile.
Ciò purtroppo non riesce ai due personaggi di questa «Uscita di emergenza». Messi a dura prova da un’esistenza che ha lasciato loro soltanto l’amaro sapore della memoria, essi non sono in grado di esprimere altra volontà se non quella di spostarsi su e giù per l’unica stanza che costituisce il loro covo, in una smania di emigrare che però non li porta mai oltre la soglia di casa.
Minacce, sospetti reciproci, equivoci e travestimenti costituiscono ormai il loro tragico e ad un tempo clownesco sistema di affrontare il vuoto quotidiano.
Non aggiungo altro. Il resto va da sè, nel senso che ogni spettator sarà libero di ritrovare nella commedia, quegli umori che gli sono più congeniali, beninteso anche contro le intenzioni dello stesso autore.
Manlio Santanelli