Il Matrimonio di Figaro

di Pierre Augustin Caron de Beaumarchais

scene e costumi Bruno Buonincontri
commento rossiniano a cura di Pasquale Scialò
luci Franco E. Ferrari
regia Ugo Gregoretti

con Nello Mascia, Didi Perego, Grazia Maria Spina
e con Sandro Merli
Caterina Sylos Labini
Lucio Beffi, Paola Cannatello, Francesco Paolantoni, Nando Paone, Francesco Romeo, Ciro Scalera
e con la partecipazione di Antonio Casagrande

 

Un capo d’opera: e non soltanto in rapporto ai più riusciti lavori dei predecessori: in esso è qualcosa che prima non appariva: la piena affermazione del valore dell’individualità (nel Barbier ancora incerta e inceppata) attraverso quel Figaro che strigliando l’aristocrazia non ha né animo né cervello di popolano, e in conclusione è nient’altro che un uomo intero, cioè Beaumarchais contro le anodine e fatue silhouettes che costituivano il repertorio popolare e di corte.
Figaro non è un personaggio alla maniera classica – ossia l’obiettivazione di un tipo – bensì la prima apparizione «romantica» delle scene europee: la proiezione animata di un pensiero astratto, di uno stato di coscienza, invece che la personificazione di una categoria umana. Con Beaumarchais, attraverso Figaro, il teatro si avvia ad ospitare un dibattito che servirà a rendere manifesti sentimenti, convinzioni, stati d’animo che sono il «messaggio» del loro autore. E se la pittura (sempre però epigrammatica) delle debolezze umane gli servirà a dar parvenza di credibilità scenica a quelle sue figure polemiche, esse in realtà sono ombre, pedine d’un giuoco la cui vera posta è nei regni dell’autobiografia. Quando perciò si voglia insistere e definire il rivoluzionario lo spirito di Beaumarchais commediografo sarà bene farlo non tanto alludendo all’enciclopedismo, al volterrianesimo, agli immortali principi dell’89, a quello spirito di fronda insomma che innegabilmente corre nel Barbier e più nel Mariage, quanto e soprattutto al sorprendente atteggiamento d’uno scrittore teatrale del Settecento per il quale i fatti in se medesimi nulla valgono rispetto a ciò che egli ha da dire e che a qualunque prezzo dirà.
Coi monologhi celebri di Figaro l’antica illusione teatrale divorzia dall’impegno della verosimiglianza logica, e non si fermerà più su questa via, sino a che non le sarà possibile tramutarsi in mero racconto di fatti spirituali, in lirica evocazione e simbolo e mito: e sarà quella, in condensato, l’arte moderna, con la sua riserva sostanziale circa la realtà classica delle cose, a noi esterna. Indubbiamente il pubblico, trascinato dall’impetuosa vitalità dell’opera, scambiò la moderata insofferenza di Beaumarchais per ribellione, ed eresse Figaro a battistrada del 14 luglio.
In verità nella morale di Figaro vi è, come in quella del suo autore, più insolenza che scatto di passione; e se essi combattono non è per strappare i privilegi a chi ne fa uso smodato o disonesto, ma per assegnarli in definitiva a se stessi; sarebbe difficile ravvisare in loro l’intenzione di confondersi con l’onesto e anonimo popolo lavoratore: Figaro scavalca sì le leggi ma entro i limiti del proprio egoismo, «…laborioso per necessità e poltrone…con gusto» (a. V. sc. III). È con la sincerità della sfacciataggine, con l’intimo cinismo, che Beaumarchais riesce a dar vita ad una sorta di Spartaco buontempone, ed entusiasmarne gli animi.
Sul significato, anzi sui significati di Figaro, il discorso d’altronde non sarà mai finito. Ma naturalmente non esauriscono nella figura del barbiere i valori per cui Le Mariage fu definito «la più bella commedia del mondo»: si badi alla incredibile perfezione meccanica («da orologiaio» insinua Jouvet) di quella vicenda, che va apparentemente divagando senza posa, che sembra non trovar mai un centro ove annodarsi, che sbanda di continuo sul filo d’una fantasia sempre all’erta: la magia, in altra chiave del Sogno di una notte di mezza estate. E si guardi alla creazione sconcertante di Cherubino, il giovinetto dai contorni cosi ambigui, che sembra inventato apposta, da un angelico demonio, per poter attribuire a Rosina nei suoi riguardi, quella tenerezza un poco di madre un poco di amante, inaudita nella epoca. E si goda infine il ritmo incalzante, secondo cui agiscono lungo i pirotecnici cinque atti quel Figaro sempre più pronto a volar fuori dalla convenzione scenica, quella contessa e quel paggio cosi dolcemente proiettati in un futuro di psicologie inesplorate, tutto quel mondo di figurette trascinate entro un turbine che si vorrebbe definire di pura musica.